Il ricordo del mio cinema

Cinema nel cuore
di Eugenio Maria Falcone

Un recinto dalle alte mura dipinte a calce di bianco con una serie di steccati color lilla intrecciati a quadri sui quali puntualmente si arrampicavano edera e fiori rossi. Questa era l’Arena Imperia. O almeno ciò che da fuori si vedeva. Nel mezzo di un grande spiazzo, tra gli ingressi di Villa Valguarnera, Villa Trabia e proprio dirimpetto la nota Villa Palagonia.
In estate, tutto intorno, era un tripudio di odori di gelsomino, di zagara e di limoni tagliati e spremuti al chiosco, giusto sotto l’ingresso dell’arena. Profumo misto allo zammù che ti rinfrescava le narici, te le gelava, e rendeva meno arsa l’arsura estiva e meno calda l’afa appiccicosa sulla pelle sempre umida e unta. All’interno, invece, una serie di sedili ribaltabili di legno, montati su strutture di ghisa colorate con una strana vernice grigio verde, erano la platea dell’arena. Sul fondo, da dove il quadruccio di proiezione sfavillava la luce dell’arco voltaico, una tettoia copriva una fila di sedili per gli spettatori un po’ più “delicati di salute”. Le poltroncine erano divise in quattro porzioni da due corridoi. Quando camminavi per prender posto, nella sera illuminata dalle flebili lampade rosse, lungo quei muri bianchi, che divenivano fluorescenti, sentivi sotto ai piedi la ghiaia, la sabbia dello sterrato che poi portavi a casa dentro ai sandali.
Qualche momento di brusio sordo, alcuni attimi di un cielo spaventosamente profondo e costellato da mille bagliori e aveva inizio la proiezione del film.
Nel bel mezzo del film, mia madre affondava le mani dentro la grande borsa di paglia e tirava fuori un pezzo di pane con un frutto. Una mela, un ficodindia o una banana. E poi chiedevo l’acqua stillata dalla borraccia di alluminio, di quelle date in corredo alle cose militari di mio padre, congelata a dovere, avvolta in una tovaglia e versata in un bicchiere anch’esso di alluminio, che mi rinfrescava la bocca arida. E tutto avveniva mentre le immagini passavano davanti ai miei occhi. Sullo schermo rischiarato da quelle ombre magiche.
My fair lady, un film che fece epoca lo vedemmo almeno dieci volte e questo perché mia madre al cinema ci poteva andare quando voleva.
Per una strana convenzione con i cinema della città, le forze dell’ordine, ovvero l’allora guardia di Pubblica Sicurezza che era al pari dei Carabinieri, dipendente dall’Esercito, avevano l’ingresso gratis in tutte le sale. Era allora facile entrare ed uscire a piacimento per vedere tutti i film che passavano.
Il cinema della provincia e quello in particolare di una cittadina come Bagheria, rappresentò per molti l’unica alternativa alla monotonia quotidiana. Ci si incontrava dentro la sala, per gustarsi una bella sigaretta, allora si poteva fumare, in attesa di vedere quel grande schermo riverberare di luci, colori e riempirsi le orecchie con quelle colonne sonore distorte da un’amplificazione spesso improvvisata, si scambiavano sorrisi, occhiate, saluti e riverenze in un’atmosfera nebbiosa e tra le urla di ragazzini scalmanati.
Entrare con mia madre al cinema, era cosa facile, “Buona sera signora… come sta?” – e si entrava senza esitazione. Il problema era quando al cinema dovevo andare da solo. Il signore all’ingresso faceva lo gnorri e dovevo mortificarmi ribadendo la mia appartenenza al “signor Falcone la guardia…”.
A dire il vero quella era una piccola vendetta da parte del signore al botteghino, quella di far finta di non riconoscermi, in fin dei conti sempre figlio di uno “sbirro” ero.
Questa cosa mi infastidiva molto, perchè da un lato ero un privilegiato, dall’altro mi sentivo invece frustrato per questa continua “vendetta” da parte dei signori alla biglietteria. Dovetti aspettare ahimé la morte di mio padre per sentirmi libero di poter andare al cinema come tutti gli altri. Si perché morto mio padre adesso dovevo pagare, avevo perso quel privilegio.
Ma questo mio poter pagare purtoppo corrispose ad una crisi del cinema e in generale alla crisi della cultura del cinema come luogo di ritrovo, di crescita e insieme di confronto.
Erano gli anni ‘80 e le vicende politiche ed economiche dell’Italia mutarono e anche la provincia si trasformò: le sale cominciarono a chiudere sostituite da videoteche e da una predominante ed invadente presenza della televisione all’interno di ogni nucleo familiare e si diffuse la cultura della soap-opera, del quiz e di una comunicazione superficiale e diseducativa, come mai prima.
La cinematografia americana invase i mercati, il cinema divenne mercato, il mercato divenne globale, la globalizzazione divenne uniformare il bisogno del consumatore.
E al cinema non ci andai più di nuovo, ma stavolta perché, pur dovendo pagare, non c’era quasi nulla da vedere o almeno nulla di interessante che ne valesse la pena e che ad appena dopo un anno dalla sua uscita nelle sale cinematografiche mondiali, potevi comprare in edicola o scaricare da internet.
Insomma, diciamo che la mia generazione, in fatto di arte cinematografica, è stata un tantino “sfigata”. Le sale cinematografiche sono state trasformate “multisala”, con diverse sale all’interno dello stesso cinema, dove adesso è possibile scegliere, un po’ come a casa col telecomando, il “canale preferito”.
Altro che ficodindia dalla borsa della mamma!
Un asettico contenitore di cartone al botteghino colmo di popcorn, una lattina di coca, una busta di patatine, da consumare, sprofondati in poltrone gigantesche e imbottitissime, accompagnano gli spettatori, come in un luna park. Le ovazioni, i sussulti, lo stupore degli effetti speciali e le lacrime divengono uniformemete programmate dalla super pellicola megapanoramica. Il dolbysurround 5.1 poi ti fa venire il capogiro e le navicelle spaziali, i matrix della situazione e le bordate di cannoni laser o di desertstorms, li vedi e li senti volare sulla tua testa.
E io penso quel poveruomo di Kubrick, col suo 2001, quando quelle striature di colore ci apparivano e ci lasciavano a bocca aperta. E immaginatevi il Cabiria, o semplicemente quelle vicende amorose di Brazzi o Podestà che tra lacrime, fumo e qualche coccio di simenza, trasformarono e fecero sognare le generazioni dei nostri nonni e dei nostri padri.
E la provincia? in tutto questo cosa ci guadagna?
Proprio nulla, la provincia, quando deve andare al cinema si trasferisce in città e diviene solo “consumatore” di immagini nate e già consumate, perché quelle immagini servono solo al mercato e non ad una umanità fatta di uomini, ma solo di portafogli.
E il cinema?
Il cinema ha perso quel suo fascino di “luogo” incantato e lo spazio che ne deriva è uno spazio fugace di una provincia ormai deserta.

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Una risposta a "Il ricordo del mio cinema"

  1. Ho sempre pensato che a Bagheria i sentimenti più diffusi fossero la cattiveria e l’invidia, a distanza di tempo mi rendo conto che bisogna aggiungerne uno, forse il più pericoloso, perché da solo riesce a distruggere tutto ciò che di positivo può esserci nell’essere umano. Tale sentimento è l’arroganza. Quando un bagherese (qualcuno dice bagarioto come a determinarne con tale denominazione le qualità positive, ma in realtà mostrano appunto la grande arroganza) ti dice che lui è meglio di te, in realtà ci crede veramente. Può essere l’ultimo dei miserabili come il professionista stimato e famoso (almeno nell’entourage pseudo mafioso del parentado o amicale) a fare di tale sentimento un vero e proprio vessillo. Quando a Baheria nn ti cnoscono, non ti chiedono “chi sei?” ma ti chiedono “A ccu appajtieni?” (a chi appartieni) perché Bagheria è un posto dove la “famiglia” è importante, più della tua stessa esistenza. Parlare di mafia a Bagheria è come parlare di morto nella casa dell’impiccato! Una volta uno “sbirro” mi disse che a Bagheria erano tutti catene e catenelle… e io non capii ma adesso ho un’idea molto chiara! Il cinema di Bagheria è tutto questo, un racconto di personaggi sempre in lotta con tutti e solo adoperati a mantenere la propria appartenenza alla “FAMIGLIA”. Apartheid…? Ma non si chiama razzismo? Si Bagheria è una città razzista.

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