La diversità della diversità Regole e trasgressioni

La diversità della diversità Regole e trasgressioni
di Eugenio Maria Falcone

La diversità umana ha sempre destato preoccupazione ai propri simili.
Il diverso era colui che nasceva deforme, che fisicamente presentava dei difetti e che in qualche modo metteva in imbarazzo e suscitava profonde riflessioni sulla stessa natura umana.

Il diverso così appariva, oltre che diverso per forma e contenuto, anche come manifestazione di qualcosa di indecifrabile, di magico o trascendentale.
Un elemento da venerare o da distruggere.
La nostra società, cioè quella occidentale, ma forse dovremmo dire società liberal-capitalista, ci ha insegnato che diverso significa anche altro.
Le radici dell’intolleranza, dell’ineguaglianza, dell’iniquo trattamento degli individui, traggono alimento da queste paure e dalle aberrazioni della “diversità” intesa come “supremazia”.
La storia recente, ma forse non dovremmo prendere molto le distanze, ci ha insegnato che “diverso” può essere colui che vuole a tutti i costi imporre agli altri suoi simili, la propria personale visione sulla “diversità”, una sorta di diversità nella diversità, insomma.
Allora dobbiamo dire, a questo punto, che è nel concetto stesso di diversità che è insito il concetto di “non normalità” ed è quest’ultimo che giunge pericoloso.
L’uomo, nello stabilire le regole, ha stabilito anche che la supremazia dell’individuo stà nella momentanea situazione del sistema di potere, perché le regole le stabilisce il legislatore attraverso le forme “momentanee” di partecipazione collettiva.
Può anche non esistere la partecipazione collettiva e ancor più pericoloso allora sarà il senso della “diversità”.

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Foto: Dal film di Pier Paolo Pasolini, Mamma Roma, 1962

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La normalità come metodo contro la rivendicazione come mezzo

La normalità come metodo contro la rivendicazione come mezzo
di Eugenio Maria Falcone

Una volta ero a Bologna, davanti l’accademia due ragazzi uno alto ed un bassetto mi proposero una rivista, un giornale tipo tabloid. Era stampato in bianco e nero. Il titolo onestamente non lo ricordo, ma suonava come un vecchio giornale di regime, forse più vicino a quello fascista che comunista. Siccome di grafica un po’ me ne intendo, chiesi se erano di destra, loro quasi l’avessi offesi mi dissero che erano comunisti. Dico comunisti, per specificare che apparteneva, il giornale, ad una branca in effetti un po’ più estrema che l’allora non so come si chiamassero i DS. Insomma per abbreviare dissi le mie perplessità, cioè che quella grafica era più vicina alla durezza, alla rigidezza e razionale impostazione della stampa fascista del ventennio. Anche questo li irritò molto. Poi mi dissero se non volevo sottoscrivere l’abbonamento. Quando mi confermarono l’appartenenza della testata alla sinistra (rifondazione? forse oltre) gli dissi che io ero per l’abolizione della proprietà privata come loro. Gli specificai:

Per me anche la casa propria è un furto…!

Subito mi contrabbaterono dicendo:

Noi siamo per l’abolizione della proprietà solo per i beni di produzione… (alla Marx chiaramente).

NO NO – dissi – per me tutta la proprietà è un furto.

Ma la casa propria, fatta con i sacrifici di una vita? mi disse uno.

Bhe hai rubato tempo a te stesso – dissi ­.

Poi uno tirò fuori un berrettino dalla tasca e mi disse:

Vedi questo è mio e guai chi me lo tocca… è personale e me lo metto in testa come e quando voglio. Guai chi me lo tocca…

A questo punto mi venne spontaneo. Chiesi loro qual’era la differenza tra il berrettino suo, la casa sua e la villa ad Arcore di Berlusconi.

Erano tutti elementi della “proprietà privata”. Ora dissertando e volendo a tutti i costi trovare qualcosa di artatamente sproporzionato negli esempi (Arcore e il berrettino o la casetta del metalmeccanico…), è quasi impossibile dimostrare l’illecito, cioè tutte le proprietà sono garantite addirittura dalla costituzione. A questo punto, la reazione di difesa del berrettino, e della villa (ma pure di altra proprietà) ad Arcore, beni privati, e non di produzione, non sono forse l’atteggiamento della rivendicazione di qualcosa? Cioè chi è possessore può e chi non lo è no? Dunque c’è una iniquità tra chi ha e chi non ha. Dunque non può esserci uguaglianza tra gli uomini se esiste il concetto di proprietà. Non è per niente vero che la mia libertà finisce dove comincia la tua. Perché se la mia libertà è di un metro quadrato e la tua di un chilometro quadrato, facile comprendere le cose che posso fare io e cosa tu. La soluzione a tutto sarebbe (lo dico non pensandola come un’idea utopistica ma attuabile) l’abolizione della “RIVENDICAZIONE”. La rivendicazione infatti sottolinea uno status dell’uomo che considera “normale” la diversità attraverso la lotta. Mentre dovrebbe non esistere proprio come concetto perché tutto è “normale”.

Solitudine della Libertà «Come se la libertà si potesse assassinare senza il consenso del popolo, senza la vigliaccheria del popolo, senza il silenzio del popolo […]»

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Solitudine della Libertà «Come se la libertà si potesse assassinare senza il consenso del popolo, senza la vigliaccheria del popolo, senza il silenzio del popolo […]»
di Eugenio Maria Falcone

In principio l’uomo era libero, cioè nato dalla natura, in uno stato di totale armonia con essa. Animale tra gli altri si raggruppò con i suoi simili, costituì i primi nuclei, le prime comunità. Si unì per difendersi dalle belve feroci, o dalle tremende vicende climatiche; acquazzoni, grandinate, freddi glaciali. Poi un giorno, un’uomo prese alcuni paletti di legno e li conficcò nel terreno, stabilì i primi limiti di “proprietà”, e gli altri lo guardarono non capendo cosa stesse facendo, e quando lo capirono i paletti erano ormai usciti fuori dalla visuale tanto terreno avevano segnato. Si rassegnarono, e cercarono delle giustificazioni che li scagionasse dalla loro stupidità. Si formarono così due classificazioni del genere umano, una dedita a possedere il mondo,
l’altra ad essere posseduta”, cioè di proprietà d’altri. Esistono quindi due tipi di comportamenti nell’uomo che sono, come direbbe Nietzsche legati «l’uno al piacere di comandare, l’altro a quello di obbedire. Il primo quando non è divenuto un’abitudine il secondo quando lo è». L’avvicendarsi ora da uno ora da un’altro padrone rende i servi felici e felici i padroni. «E vecchi servitori sotto nuovi padroni si favoriscono reciprocamente». Ma esistono anche uomini che non appartengono alle due categorie, sono destinati ad essere soli, ad essere uccisi dai padroni ma anche dai servi, mi viene in mente adesso l’Alekos della Fallaci nel suo “Un uomo” – «Come se la libertà si potesse assassinare senza il consenso del popolo, senza la vigliaccheria del popolo, senza il silenzio del popolo! Cosa vuol dire popolo?!? Chi è il popolo?!? Sono io il popolo! Sono i pochi che lottano e disubbidiscono, il popolo! Loro non sono popolo! Sono gregge, gregge, gregge!» – Questi uomini stanno a mezz’aria – esistono tra le due categorie, padroni e servi, sono i cosiddetti “diversi”, ovvero coloro che non vivono nella “regola” – al contrario, è un loro principio disobbedirla, non certo per puro senso di rivolta quanto per bisogno, il bisogno di essere libero. La libertà allora esiste solo in un momento, è un’attimo legato ad un atto di rivolta contro le regole, e le regole, lo sappiamo le fa il potere, che non è solo quello politico, o religioso, è anche quello della società, che più di tutti, subdola e insidiosa, ci detta i comportamenti e le modalità del nostro essere incasellati ed ingabbiati nella regola. Più l’attimo della rivolta si allontana più è difficile rimanere liberi e avere giustizia, il potere riesce a sistemare e a mettere sempre tutti d’accordo! Ma cosa pensa Voltaire di questa faccenda? Ci risponde con una storiella indiana: «Adimo, il padre di tutti gli indiani, ebbe due figli e due figlie. Il maggiore era un gigante, il secondo era gobbo, le due figlie graziose. Il gigante scoperta la propria forza giacque con le sorelle e schiavizzò il gobbo. Se il gobbo tenteva di scappare il gigante lo raggiungeva e lo frustava. Il gobbo così divenne il suo miglior suddito, gli permise allora di giacere con una delle sorelle delle quali si era stancato. Nacquero due figli mezzi gobbi e furono educati nel timore di Dio e del Gigante, gli fu detto che lo zio era gigante per diritto divino e che poteva fare di loro tutto ciò che voleva e che se avessero avuto una pronipote graziosa sarebbe stata sua senza discussione. Poi il gigante morì e il figlio maggiore, che era mezzo gobbo e non proprio gigante, si credette anche lui gigante per diritto divino. Schiavizzò tutti gli uomini possedette tutte le donne. Così venne accoppato, e si costituirono i repubblica ». Poi Voltaire dice, a proposito della verità dei fatti. «Nell’ordine della natura bisogna ammettere che, nati gli uomini tutti uguali, sono state la violenza e la destrezza a creare i primi padroni; le leggi hanno poi creato gli ultimi ».

Un ringraziamento a Corrado Augias che pare da questo articolo mio uscito nel 2005 su Quo Vadis, abbia tratto “Ispirazione” per il suo libro edito da Rizzoli, dal titolo “Il disagio della libertà” (quasi pure il titolo mi futtiu…!)