La normalità come metodo contro la rivendicazione come mezzo

La normalità come metodo contro la rivendicazione come mezzo
di Eugenio Maria Falcone

Una volta ero a Bologna, davanti l’accademia due ragazzi uno alto ed un bassetto mi proposero una rivista, un giornale tipo tabloid. Era stampato in bianco e nero. Il titolo onestamente non lo ricordo, ma suonava come un vecchio giornale di regime, forse più vicino a quello fascista che comunista. Siccome di grafica un po’ me ne intendo, chiesi se erano di destra, loro quasi l’avessi offesi mi dissero che erano comunisti. Dico comunisti, per specificare che apparteneva, il giornale, ad una branca in effetti un po’ più estrema che l’allora non so come si chiamassero i DS. Insomma per abbreviare dissi le mie perplessità, cioè che quella grafica era più vicina alla durezza, alla rigidezza e razionale impostazione della stampa fascista del ventennio. Anche questo li irritò molto. Poi mi dissero se non volevo sottoscrivere l’abbonamento. Quando mi confermarono l’appartenenza della testata alla sinistra (rifondazione? forse oltre) gli dissi che io ero per l’abolizione della proprietà privata come loro. Gli specificai:

Per me anche la casa propria è un furto…!

Subito mi contrabbaterono dicendo:

Noi siamo per l’abolizione della proprietà solo per i beni di produzione… (alla Marx chiaramente).

NO NO – dissi – per me tutta la proprietà è un furto.

Ma la casa propria, fatta con i sacrifici di una vita? mi disse uno.

Bhe hai rubato tempo a te stesso – dissi ­.

Poi uno tirò fuori un berrettino dalla tasca e mi disse:

Vedi questo è mio e guai chi me lo tocca… è personale e me lo metto in testa come e quando voglio. Guai chi me lo tocca…

A questo punto mi venne spontaneo. Chiesi loro qual’era la differenza tra il berrettino suo, la casa sua e la villa ad Arcore di Berlusconi.

Erano tutti elementi della “proprietà privata”. Ora dissertando e volendo a tutti i costi trovare qualcosa di artatamente sproporzionato negli esempi (Arcore e il berrettino o la casetta del metalmeccanico…), è quasi impossibile dimostrare l’illecito, cioè tutte le proprietà sono garantite addirittura dalla costituzione. A questo punto, la reazione di difesa del berrettino, e della villa (ma pure di altra proprietà) ad Arcore, beni privati, e non di produzione, non sono forse l’atteggiamento della rivendicazione di qualcosa? Cioè chi è possessore può e chi non lo è no? Dunque c’è una iniquità tra chi ha e chi non ha. Dunque non può esserci uguaglianza tra gli uomini se esiste il concetto di proprietà. Non è per niente vero che la mia libertà finisce dove comincia la tua. Perché se la mia libertà è di un metro quadrato e la tua di un chilometro quadrato, facile comprendere le cose che posso fare io e cosa tu. La soluzione a tutto sarebbe (lo dico non pensandola come un’idea utopistica ma attuabile) l’abolizione della “RIVENDICAZIONE”. La rivendicazione infatti sottolinea uno status dell’uomo che considera “normale” la diversità attraverso la lotta. Mentre dovrebbe non esistere proprio come concetto perché tutto è “normale”.