Come suonare i tam-tam con il computer di Eugenio Maria Falcone

Come suonare i tam-tam con il computer
di Eugenio Maria Falcone

Una celebre canzonetta degli anni ottanta cantilenava, «…Video killed radio star…», quando l’umana specie inventa nuove forme di comunicazione o di rappresentazioni della realtà, deve necessariamente fare conseguire una morte, quella dei sistemi precedenti, così l’avvento del cinema, avrebbe dovuto sopprimere il teatro, il cinema sonoro il cinema muto, il video, appunto, annientato il cinema. Ed oggi la televisione distrutto il cinema definitivamente, per non parlare di internet, il nuovo modo di comunicare. Poi ancora, la carta stampata dovrebbe divenire un obsoleto quanto trogloditico modo di esprimersi, soppiantata dall’avvento dell’Ipad o dell’E-book. Destinata a deperirsi su scaffali polverosi e divorata dalle tarme, la carta stampata, libri, giornali, riviste e tutto ciò che è in pasta di cellulosa dovrebbe essere considerata una forma arcaica di comunicazione.
La verità è invece che ognuna di queste forme di comunicazione, proseguendo su canali differenti, alcune volte paralleli, altre intersecantesi, altre ancora in opposta direzione, continuano a vivere e ad avere una propria autonomia. Si mescolano, si contaminano ed alternano realtà a sogno, ideali a divagazioni, ideologie a mitizzazioni, ma sempre con specifiche caratteristiche. I guai arrivano quando i diversi linguaggi, non compresi a fondo o confusamente mescolati, si scambiano i parametri di riferimento ottenendo “prodotti” ibridi.
Abbiamo così: letteratura cinematografica, cinema televisivo, televisione cinematografica, pittura televisiva (istallazioni), visione teatrale eccetera eccetera eccetera. In ogni caso, tali deformazioni concettuali derivano dalle rozze imprecisioni della comunicazione, dall’inadeguatezza delle parole che usiamo e che lontane da un rigore filologico o razionale, ingenerano imprecisioni ed errori.
«[…]Il collegamento tra gli uomini avviene per mezzo della favella, ma i nomi sono imposti alle cose secondo le comprensioni del volgo, e basta questa informe e inadeguata attribuzione di nomi a sconvolgere in modo straordinario l’intelletto. Né valgono certo, a ripristinare il naturale rapporto tra l’intelletto e le cose, tutte quelle definizioni ed esplicazioni delle quali i dotti si servono sovente […]»1.
Ma è pur vero che il linguaggio, ovvero la parola, oggi non è più solamente composto da fonemi, ma anche da tutta una gamma di metodi di rappresentazione, facenti parte dei diversi vettori di comunicazione, appunto, la letteratura, la pittura, il teatro, il cinema, la televisione e infine il sistema multimediale, che è forse la summa di tutti. Il rischio che si corre però è sempre quello dell’appiattimento linguistico, cioè di quella fatidica scusa degli autori della comunicazione che addebitano al pubblico determinate preferenze linguistiche. Nascono così frasi del tipo – «è il pubblico che lo vuole…» -, come se già il pubblico conoscesse un tipo di pittura, un tipo di letteratura o un programma di quiz o un filmetto. In realtà, questa comoda formula serve a quanti detengono il commercio della comunicazione e del linguaggio.
«[…]Perché le parole fanno gran violenza all’intelletto e turbano i ragionamenti, trascinando gli uomini a innumerevoli controversie e considerazioni vane[…]»2. E non dimentichiamo che le parole non sono più solo fonemi!3
Il linguaggio si “globalizza” e lascia poco spazio alle diverse identità, le nostre campane ormai non fanno più din, don, dan, ma deng, deng, i nostri baci fanno smac i nostri pugni soc. E dire che nel secolo delle esplorazioni, delle grandi scoperte e dei navigatori spagnoli ed italiani, le lingue straniere nel mondo erano appunto lo spagnolo e l’italiano. Infatti la lingua del dominatore è sempre quella che s’impone ad un popolo colonizzato. Non esistono più linguaggi liberi, se non sono riconoscibili dalla massa. A questo punto vorrei menzionare alcuni studi fatti dall’inventore del villaggio globale Herbert Marshall McLuhan nel suo The Gutenberg galaxy4. In occasione di alcune ricerche fatte dal professor John Wilson dell’Istituto di studi africani dell’Università di Londra, si è potuto affermare che le società non-letterate, cioé quelle società non in possesso dell’alfabeto fonetico, erano incapaci di creare nuove forme di percezione. Infatti, erano incapaci di vedere in prospettiva o in tre dimensioni, incapaci di vedere e capire una fotografia od un film. Uno stato ai primordi della comunicazione, dove il rapporto con l’immagine era di tipo empatico e l’occhio veniva usato come organo di tatto. Gli spazi o i rapporti euclidei, cioè quelli acquisiti durante l’esperienza sensoriale dell’infanzia, oggettivi e definibili, erano completamente sconosciuti5. L’immagine veniva scandagliata dall’occhio così come noi oggi lo usiamo per leggere, rigo dopo rigo. Sempre l’esperienza di Wilson, con la sua ricerca nei confronti delle società non-letterate, dimostrò l’incapacità delle popolazioni non in possesso dell’alfabeto fonetico, nell’interpretazione dell’immagine filmata; su un filmato proiettato l’unico elemento riconosciuto dagli spettatori fu una gallina, elemento sfuggito allo stesso autore del film. Inoltre il rapporto degli spettatori con la storia narrata nel film era di tipo non passivo, cioè, se uno dei personaggi del film usciva fuori campo o cantava o soffriva, la platea intera spariva dietro il telone, o cantava o si alzava impaurita. La nostra società “letterata” a questo punto, non dovrebbe subire tali coinvolgimenti nei confronti delle “storie” nè un rapporto di consumatore “attivo”, ma ciò non accade, altrimenti come spiegare fenomeni quali le soap-opera, o programmi a quiz o a sfondo di forte coinvolgimento emotivo quali Real TV o Chi l’ha visto o programmi che organizzano incontri tra parenti d’oltre oceano dopo venti o trent’anni di separazione. E la gallina nascosta non spunta fuori!
Anche perché la gallina non c’è, (la gallina a questo punto assume un valore; quello di valore aggiunto, nascosto, altro).
Ci troviamo dunque davanti ad una strana situazione: da un lato le società non-letterate sono incapaci di crearsi nuove forme di percezione e hanno un atteggiamento “attivo” nei confronti dell’opera d’arte o della rappresentazione; dall’altra le società letterate, creano continuamente nuove forme di percezione, hanno un atteggiamento di fruitore “passivo” nei confronti dell’opera d’arte o della rappresentazione e malgrado internet e il fatidico villaggio globale, ormai divenuto un continuo scambio di dati in una unica lingua, con un unico alfabeto.
Una situazione realmente ambigua, in quanto la qualità di ruolo “attivo” dovrebbero essere posseduta dalle società non-letterate, e quella di ruolo “passivo” solo da quelle letterate, la prima, evidenza di una inadeguata preparazione all’interpretazione della comunicazione, la seconda, evidenza della mancanza di un vero e proprio alfabeto, questa volta non fonetico, capace di interpretrare la realtà e adeguato ai nuovi mezzi di comunicazione.
Allora il villaggio globale, tanto auspicato non è altro che un sistema unico, mal riuscito, dove un’unica lingua chiude orizzonti, invece che aprirne. La globalità non sta nel parlare tutti la stessa lingua, ma tutti capire la lingua di tutti. Si rischia di utilizzare un sistema avanzato di comunicazione in maniera inopportuna, come se per mezzo del computer facessimo suonare dei tam-tam per comunicare un messaggio.
Il “valore aggiunto”, ovvero la fatidica gallina, ancora non salta fuori, non viene riconosciuta, forse perché qualcuno non ce l’ha proprio messa, per incapacità o semplicemente perché un popolo ignorante è sempre stato comodo ad un governo autoritario. E come nelle scene del film Fahrenheit 451 di François Truffaut ci ritroveremo a “leggere” libri composti solo da illustrazioni e quei pochi rimasti, stampati coi caratteri tipografici, pubblicamente banditi e dati al rogo, o nelle menti degli “uomini libro”.
Si presenterà, allora ai nostri occhi un panorama desolato, denso di fumo rossastro, traboccante da alte ciminiere di impianti nucleari, unica fonte di energia rimasta. Tra cavi a fibre ottiche, fonte di luce variopinta e ratti abnormi, tra la spazzatura di non so quale tipo di commestibili, forse creati da strani incroci di ingegneria genetica, si muoverà agile e veloce uno strano essere, composto da parti splendidamente lucide, di una lega particolare. Al centro di esso, tra snodi ed ingranaggi argentati, un involucro di cristallo sfavillante. Una miriade di microscintille si sprigionano e corrono lungo sottilissimi fili, e immerso ad un liquido rosato, una massa grigia, un magnifico cervello umano, unico elemento di un’umanità totalmente sostituita da protesi.

1 Francesco  Bacone (1561-1626),  Novum Organum 1620

2 IBIDEM

3 É chiaro che col termine “parola” voglio intendere, in parallelo, il concetto di “elemento di un linguaggio”, assieme all’alfabeto, e considerato quale insieme di dati contenuti in un sistema linguistico di comunicazione come appunto il cinema, la televisione eccetera.

4 Herbert Marshall McLuhan, The Gutemberg galaxy. The making of typografhic man, University of Toronto Press, Toronto 1962.

In Italia tradotto da: Stefano Rizzo, La galassia Gutemberg, Armando Armando Editore, Roma 1976.

5 Secondo gli studi di J. Piaget, La geometria spontanea del bambino, Giunti-Barbéra, Firenze, 1976:

Facendo ricorso all’unità di misura: a prescindere dalla posizione di un oggetto nello spazio la lunghezza ad esempio di una matita sarà sempre la stessa anche se ruotandola nel piano proiettivo avrà assunto una forma diversa, ora un rettangolo molto schiacciato ora un piccolo cerchio.

Da Idola Specus, trimestrale di cinema indipendente, Ed. Eugenio Maria Falcone Editore,

Bagheria PA, gennaio/marzo 2000

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