SIATE MADRI E NON ZITELLE…

Siate madri e non zitelle…

così esordisce il Papa nell’omelia di domenica all’ingresso dei novizi in San Pietro. Qualcuno si è scandalizzato a queste parole. Ma come dare delle zitelle alle novizie (novizi) prima ancora di metter mano? Adesso vi racconto una storia. Fatti, persone, nomi e quant’alto sono di pura fantasia e non fanno riferimento a persone, fatti e nomi della vita reale.

C’era una volta un convento piccolo piccolo nel cuore della città piccola piccola. Una cittadina piena di cose piccole piccole e cose grandi che nessuno vedeva. La città viveva prevalentemente di riciclaggio, speculazione edilizia, truffe alla CEE, e ogni tanto di agricoltura e di commercio, dovevano pur mangiare! La mattina la piccola cittadina era sempre svegliata dalle sirene della camionetta della polizia che andava in contrada tot. perché avevano trovato il corpo di un uomo ammazzato con un colpo in faccia. Tra tutte queste attività la piccola cittadina svolgeva anche le attività normali di una piccola cittadina di provincia. Si mangiava, si beveva, si andava a passeggio, ci si alzava la mattina e ci si coricava la sera. Poi i bambini giocavano, studiavano, andavano a scuola e pure all’asilo. L’asilo, questo è il posto della storia.

Le classi erano formate da circa venti o trenta tra bambini e bambine. C’era chi si portava la colazione nel proprio cestino, c’era chi invece pagando una retta mensile, poteva usufruire del pasto della mensa delle suore. Un pasto completo, primo, secondo con contorno, frutta e dolcetto. Chi invece mangiava col suo cestino doveva beneficiare di ciò che le loro famiglie potevano mettere in quel cestino colorato di vimini. Un formaggino, un panino, una lattina di caponata o di carne, un tonnetto. Oppure cucina di casa, pane e frittata, pane col pomodoro, col prosciutto, col formaggio, con la provoletta e così via. Poi una mela o una pera, talvolta mezza fradicia, o un piccolo “mottino” da mangiare quando ti veniva la fame. Ma c’era pure chi dentro al cestino si ritrovava solo del pane, o un pomodoro o un pezzo di “sfincione” stantio rimasto e conservato dalla mamma per i momenti di crisi.

Tra tutti questi odori e olezzi i bimbi, in quella mensa seduti sui banchetti verdi laminati in formica, pranzavano nel massimo del silenzio.

« Botta ri sangu… – gridava madre Veronica quando qualcuno si azzardava a bisbigliare qualcosa – fate silenzio quannu si mancia un si parra…» Gridava digrignando i denti, quei denti ormai corrosi da una carie generale che le rendevano il suo raro sorriso in una teoria marrone e maleodorante. Al grido seguiva uno scapaccione al piccolo seduto al primo dei banchetti della mensa.

Sembrava casuale lo scapaccione e la scelta del bimbo che lo subiva, in realtà era quello che solitamente aveva nel suo cestino un pezzo di pane senza nulla, nemmeno un filo d’olio che lo condisse.

Alla fine dell’ora di pranzo i bimbi potevano sbizzarrirsi. Tutti di corsa nel “bel” cortile ricavato tra le mura di cemento del conventino barocco attorniato da uno splendido ed odoroso giardino, pieno di roseti, gerani e tanti limoni e mandarini che nei tempi della fioritura sprigionavano profumi inebrianti. Il giardino era curatissimo, e non era adatto alle scorribande di scalmanati pargoli.

In quella pausa succedeva una cosa straordinaria. La “madre” Veronica era depositaria di uno dei più amati oggetti dei fanciulli. L’armadio di legno della dispensa vicino la cucina. Conteneva tutte le delizie possibili e immaginabili del gusto e del palato innocente oltre che della fantasia e del gioco. Meringhe a forma di conetti di tutte le possibili fragranze, caramelle di ogni sapore e forma, comprese le letterine, lecca- lecca alla vaniglia, al limone, alle more, variopinti e confezionati con luccicanti stagnole o trasparenti cellofan. Poi le gelatine alla frutta, cioccolatini di ogni guisa e forma, e la crema più famosa al mondo in piccole forme di plastica pronta per essere spalmata. Ma ciò che maggiormente apriva orizzonti alla fantasia e all’immaginazione dei fanciulli erano quegli involucri argentati contenenti tante cose inaspettate, sorprendenti, non appartenenti a nessuna delle classi del commestibile né solamente a questa. Trovavi dentro figurine di calciatori, giochi da montare, album da riempire oltre che dolciumi particolari, raffinati e poi una serie di “catenelle” di plastica da farne una lunga lunga e da collezionare con vari colori e argentata. Insomma una vera e propria caccia al tesoro dentro quella busta che compravi assieme a tutte le altre leccornie custodite a catenaccio nell’armadio di madre Veronica. Si in realtà tutto era prezzato, dalle cinque lire alle cento della busta, che si chiamava “pesca”. Dunque anche li, povero il mio piccolo del tozzo di pane per pranzo, che prendevi le sberle e gli sberleffi (camminò con le orecchie d’asino e la scritta sulla schiena “sono un asino…” per l’intero conventino tra suore, maestre e signorine della cittadina riciclata, commerciante e impiegata, che al suo passaggio non potevano fare altro che ridere e canzonarlo con un “HI OHHHHHHH… somaro…”) continuerai a sognare e a sperare di essere come il figlio del rappresentante delle leccornie passate alla “MADRE” gratis e vendute nel conventino barocco. Sperando un giorno di poter mangiare alla loro mensa.  Poi tutti a cantare nella sala circolare, piastrellata in bianco e nero, e accompagnati da una esile ma impassibile suora che al piano stonato inizia il suo bel canto alla MADRE di tutte… le madri…

“Il tredici maggio apparve Maria

a tre pastorelli in Cova d’Iria!

RIT. AVE, AVE, AVE MARIA.

AVE, AVE, AVE MARIA.

Miei cari fanciulli, niun fugga mai piu’

io sono la mamma del dolce Gesu’.

RIT.

Splendente di luce veniva Maria,

il volto suo bello un sole apparia.

RIT.

Dal cielo son discesa a chieder preghiera,

pei gran peccatori con fede sincera.

RIT.

Ed ei spaventati di tanto splendore,

si dettero in fuga con grande timore!

RIT.

In mano un rosario portava Maria

che addita ai fedeli del cielo la via!

RIT.

Ma dolce la Madre allora l’invita,

con questa parola al cuor si’ gradita!

RIT.

Madonna di Fatima la stella sei tu,

che al cielo ci guidi, ci guidi a Gesu’.

RIT.

Essere madri è una grande responsabilità verso se stessi (non solo le donne) e verso gli altri. Dunque se appartenete a questa generazione di “madri” lasciate perdere e dedicatevi ai “figli”.

PS: sono stato bugiardo. A parte i nomi tutta questa è una storia VERA. Questo Papa Francesco dice cose che ad oggi non si potevano dire, e questo è assolutamente miracoloso.

© Eugenio Maria Falcone l’Editore – luglio 2013

Purtroppo a circa sei anni da questo mio… ahimé posso dire che nulla è cambiato, era solo marketing…

© Eugenio Maria Falcone l’Editore – febbraio 2019