Shakespeare ra provincia babba… mha… cosepazzi!

Adesso è ufficiale: William Shakespeare era di Messina

Pubblicato: ottobre 13, 2013 di lapettegola in Esteri // 26 Commenti

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  • Essere o non essere messinese. Questo era il vero dilemma a cui pensava William Shakespeare quando scrisse il soliloquio del principe Amleto nell’omonima opera. Eppure oggi, dopo anni di infinite discussioni e ricerche, sembra arrivata la risposta definitiva al problematico quesito.

 

William Shakespeare era messinese. A confermarlo una ricerca della University of Southampton condotta dal Prof. John Richmond, esperto in storia della letteratura e della filosofia contemporanea. “La mancanza di notizie biografiche su Shakespeare è stata oggetto di dibattito fin dal XVIII secolo”, ha affermato il professore, “ma oggi possiamo mettere la parola fine alla vicenda. Le opere di Shakespeare vanno riscritte poichè il grande drammaturgo non è nato a Stratford-upon-Avon il 23 aprile 1564, ma a Messina”.

Shakespeare si chiamava in realtà Michelangelo Florio e il cognome, da parte materna, faceva Crollalanza. E proprio la traduzione del cognome della madre in lingua inglese (ovvero l’unione di «shake» cioè scrollare, e «speare» cioè lancia) divenne il suo nuovo cognome quando si trasferì in Inghilterra per evitare l’Inquisizione.

Nella città dello Stretto la notizia è stata accolta con grande interesse da parte della cittadinanza. Il comitato “Amici di Shakespeare” sta organizzando una serie di iniziative volte a promuovere Messina come “Città europea dell’arte e della drammaturgia”. Ed intanto la fermata “Cairoli” del tram è già stata rinominata in fermata “Shakespeare”.

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“La Conca d’Uovo” prima parte…

Cominciare col “C’era una volta” significherebbe iniziare una fiaba o una favola, in realtà dovrei dire “C’era una volta e ancora c’è…” e non è nemmeno una fiaba né una favola…
Allora cominciamo dicendo…
Non molto lontano dalla capitale dell’isola esiste un ameno paese tra vigneti, agrumeti e frutteti. La vita da secoli si è alternata tra crisi e grandi riprese economiche e sociali ma da un certo periodo a questa parte la stabilità e la ricchezza hanno trasformato questo ameno luogo in un posto davvero particolare. Le crisi che s’erano avvicendate hanno stimolato nuove alternative per risolvere definitivamente la vacillante stabilità dell’ economia.
L’idea geniale venne ad un dottore specialista in ginecologia. Era un professionista noto per la sua dedizione al mestiere di medico e alla sua grande fede di uomo di chiesa. Non v’era festa o processione che non fosse in testa con cilicio e canottiera con l’effigie del santo.
Malgrado il suo credo, il medico era convinto che l’umanità poteva e doveva essere selezionata naturalmente, le malattie o la povertà erano una manifesta volontà del volere  di Dio perché altrimenti lo stesso Dio avrebbe provveduto a dare ad ogni uomo gli strumenti per vivere bene, in salute e felice, ma così non è quindi gli appariva evidente che già dalla sua nascita l’uomo era predestinato alla sofferenza, ad una particolare esistenza ed alla sua fine. Per questo il dottore non muoveva un dito per aiutare chi aveva bisogno, anche solo di un tozzo di pane. La sua teoria lo rendeva libero di vivere come voleva, di sfruttare tutti e tutto, e di unirsi con chi gli aggradava, senza farsi alcuno scrupolo di coscienza. Poi, proprio la sua coscienza, era davvero in pace perché il sacerdote della chiesa, non dico che la pensasse come lui ma ci andava tanto vicino. Il sacerdote diceva che gli uomini sono nati buoni e in diretto colloquio con Dio. Poi l’arroganza rese l’uomo peccatore e noi ne piangiamo le conseguenze. Dunque se uno soffre e muore in realtà se l’è proprio meritato. Questo pensare trasformò il dottore in  un “grande benefattore”, o questo era quello che lui pensava di se, (e anche qualche suo amico). Un giorno ebbe l’occasione di agire in tal senso, gli si presentò l’opportunità propizia di intervenire sull’essenza umana fin dalla sua  nascita. L’opportunità di farsi autore della vita o della morte di un predestinato alla sofferenza e alla morte dopo una vita miserabile. Una donna gravida dell’ennesimo figlio, povera e già madre di dieci, in un momento di sconforto e confusione propose al dottore ginecologo di farla abortire. Gli occhi del dottore si illuminarono… (continua)

Eugenio Maria Falcone Editore Ⓒ 2014

Dio non è filosofia… capoccioni senza scrupoli e senza misericordia.

Se qualcuno pensa che Dio è una serie di giochi mentali, filosofici, teologici sbaglia di grosso. Spesso nei templi di Dio si assiste ad una passerella di uomini e donne che dissertano su Dio, sulla Sua grandezza, e filosoficamente e teologicamente ripestano dentro al loro mortaio pieno di elucubrazioni cervellotiche e dotte note filosofico-teologiche, facendo di fatto diventare Dio, come mera merce per simposi, seminari, catechesi e altro. Mi viene da ridere se poi a tali giochi stanno uomini e donne che nella loro vita tutto fanno tranne che applicare ciò che filosoficamente e teologicamente dimostrano di Dio nei loro simposi. Titoli come  “Cristo svela l’uomo all’uomoLa dignità dell’uomo e la comunità degli uomini.” o  “La misericordia di Dio e l’uomo” sembrano l’apoteosi di codesti, uomini e donne, che nella vita fanno i maestri, i giornalisti, i dottori, qualche assessore e pure qualche professore universitario.

Un’altra categoria di capoccioni della chiesa, alcuni imberbi (che svolazzano tra un latinorum ostentato e liturgie d’antico sapore di restaurazione), altri già sulla linea del traguardo del possesso d’alte cariche (e anche di tanta proprietà immobiliare…), sono quei “pastori” di primo pelo, carrieristi gli uni, sul piano mistico, gli altri sul piano del potere rappresentativo.

Alla prima categoria appartengono “pastori” del tipo integralista. Facili prede dell’ansia di fare tanti proseliti. Li vedi volteggiare trasformandosi durante la messa e indossando tutta l’impolverata parure di paramenti. Poi a fine messa ti comunicano tante miserie. Una volta un “pastorello” a fine gridò “… andate alle anime sante e dite che ci siamo anche noi, non siamo fantasmi… andate a vedere che bel teatrino fanno…” o addirittura parlando di Padre Puglisi a confronto con un francescano beatificato prima di lui: “del resto padre Puglisi è stato ammazzato con un colpo alla nuca… altro che tradurre le sacre scritture in cinese… come padre Gabriele Maria Allegra “.

Alla seconda specie appartengono i mistici altolocati. Più che padri sono avvocati. Pieni di sentenze, riferimenti teologici, e un sacco di proprietà immobiliare che gestiscono o che fanno gestire a qualche bell’imbusto pietosamente. Perché la carità la si faccia per ottenerne benefici. Questi sono molto pericolosi, perché costituiscono la zavorra della vera CHIESA (“la Chiesa è un qualcosa di interiore per cui si deve passare da un’ecclesiologia come corpo mistico a un’ecclesiologia eucaristica, fino ad una ecclesiologia di comunione” Card. Ratzinger, Osservatore Romano del 17.09.2001) e non basta non bere un il caffè come fioretto per discolparsi:

(Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo 10,7-15. 
E strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino.
Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date.
Non procuratevi oro, né argento, né moneta di rame nelle vostre cinture,
né bisaccia da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché l’operaio ha diritto al suo nutrimento.
In qualunque città o villaggio entriate, fatevi indicare se vi sia qualche persona degna, e lì rimanete fino alla vostra partenza.
Entrando nella casa, rivolgetele il saluto.
Se quella casa ne sarà degna, la vostra pace scenda sopra di essa; ma se non ne sarà degna, la vostra pace ritorni a voi.
Se qualcuno poi non vi accoglierà e non darà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dai vostri piedi.
In verità vi dico, nel giorno del giudizio il paese di Sòdoma e Gomorra avrà una sorte più sopportabile di quella città.

Ora lo scandalo di pastori così getta ombra scura e cupa sulla fede di chi realmente il pane all’altare lo porta per condividerlo e non per selezionare chi deve cibarsene.