Le parole di Dio

A ben Damah (II sec.) che gli chiedeva se, una volta studiata tutta la To r a h , ci si potesse dedicare alla cultura greca, Rabbi Ishmael rispose: «il verso dice: “questo libro della legge non si diparta mai dalla tua bocca, ma meditalo giorno e notte”1 5. Vai, dunque, e trova un momento che non sia né giorno né notte – allora potrai studiare la cultura greca» (M e n a h o t, 99b). Vi sono qui condensati due atteggiamenti entrambi presenti nel mondo ebraico al momento del confronto con la presenza greca. Da un lato, le forme conciliative, le aperture, l’interesse a trovare un modo di approfondirne la cultura, dall’altra la convinzione del sostanziale carattere superfluo di tutto quanto non sia la To r a h. Un altro passo del Ta l m u d, relativo questa volta a Roma, presenta tre aspetti: apertura, indifferenza, ostilità. In una conversazione Rabbi Jehuda (II sec.) si rivolge ai suoi compagni pieno di ammirazione per le opere dei Romani, dicendo: «come sono belle le opere di questo popolo: hanno costruito mercati, ponti, terme. Rabbi José taceva. Rispose Rabbi Shimon ben Johai [allievo di Rabbi Aqivà] che disse: tutto ciò che essi hanno fatto non l’hanno fatto che per se stessi; hanno costruito mercati per mettervi prostitute, terme per dilettarvisi, ponti per prelevare pedaggi» (S h a b b a t h, 33b).

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Una risposta a "Le parole di Dio"

  1. Quello che si dice dei romani mi ricorda tantissimo ciò che spesso a Bagheria fanno passare per “bene comune”…

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