Senza pensiero l’uomo non esiste

Questo film dimostra che ciò che tiene in vita l’uomo è il suo pensiero, finito questo l’uomo non esiste più né le cose che lo circondano, pur rimanendo esistenti. La vita dell’uomo è il suo pensiero. La morte pone fine a tutto, perché annulla la capacità del pensiero. Fermo restando che qualche paradosso umano del pensiero ci faccia considerare la possibilità di continuare ad essere pensati in un’altra dimensione. Ma questa è tutta un’altra storia. Grande film, me lo ricordo da quand’ero piccolo.

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Mi ricordano qualcosa questi… gli stoici (333–264 a.C – 121–180 d.C.)

Marcus_Aurelius_Metropolitan_Museum

Fonte http://it.wikipedia.org/wiki/Stoicismo

Etica degli stoici

L’etica stoica si fonda sul principio che l’uomo è partecipe del lógos e portatore di una “scintilla” di fuoco eterno. L’essere umano è l’unica creatura, fra tutti i viventi, nel quale il Lògos si rispecchia perfettamente: egli è pertanto un microcosmo, una totalità nel quale tutto l’universo è riprodotto.
La virtù consiste nel vivere in modo conforme (ομολογία) alla natura del mondo, secondo il princìpio di conservazione (oikeiosis). Mentre gli animali tendono a preservare se stessi obbedendo agli impulsi, gli uomini devono scegliere sempre quel che conviene alla nostra natura di esseri razionali. Il princìpio-guida della condotta quindi non può essere la ricerca del piacere come sostengono gli epicurei:
« Il piacere, se mai esiste, è un prodotto successivo, quando la natura, dopo aver cercato le cose adatte, lo fornisce in sé e per sé alla costituzione: e in questo modo gli animali appaiono lieti e le piante fioriscono. »
(Arnim, SVF, III, 178)

La guida dell’azione va invece ricercata, ancora una volta, nel princìpio attivo dell’anima (heghemonikòn), al quale deve sottostare quello passivo (pàthos). Sono le passioni infatti che impediscono l’adeguamento della condotta umana alla razionalità. Raggiungendo lo stato di dominio sulle passioni o apatia (απάθεια), ciò che poteva apparire come male e dolore si rivela come un elemento positivo e necessario; anche la malattia e la morte quindi vanno accettate. Si tratta di un’etica del dovere riassunta da Epitteto nel celebre motto «ανέχoυ καί απέχoυ» («sopporta e astieniti»), non tanto come invito a sopportare il dolore e astenersi dai piaceri, ma ad accogliere serenamente quel che riserva il destino evitando però di farsi coinvolgere emotivamente.
Questo è anche il senso della famosa metafora stoica che paragona la relazione uomo-Universo a quella di un cane legato ad un carro. Il cane ha due possibilità: seguire armoniosamente la marcia del carro o resisterle. La strada da percorrere sarà la stessa in entrambi i casi; ma se ci si adegua all’andatura del carro, il tragitto sarà armonioso. Se, al contrario, si oppone resistenza, la nostra andatura sarà tortuosa, poiché saremo trascinati dal carro contro la nostra volontà. L’idea centrale di questa metafora è espressa in modo sintetico e preciso da Seneca, quando sostiene: «Ducunt volentem fata, nolentem trahunt» («Il destino guida chi lo accetta, e trascina chi è riluttante»).

Antica Stoa – Zenone di Cizio 333–264 a.C. Fondatore della Stoa
Antica Stoa – Marco Aurelio 121–180 d.C.

E se il nostro dio fosse solo la morte?

Il cristianesimo basa tutto il suo credo sul Dio fatto carne che viene a soffrire e poi morire sulla croce, dunque è basato sul concetto di sofferenza. Allora il Dio che rappresenta è un dio di dolore. Quando dimentichiamo Dio dimentichiamo il dolore. Molti scambiano questo assurdo concetto come via per la salvezza. Il dolore e la morte in realtà sono le uniche basi del nostro dio, o di questo che noi immaginiamo per una soluzione collettivamente masochista e della quale molto spesso ne trasgrediamo le regole. Cerchiamo di soffrire meno possibile, ma alla fine tutto e tutti accomunati dall’inesorabile, malgrado i nostri sforzi di rimanere eterni, andiamo verso l’unico nostro vero dio. La morte.