Tale cifra, a suo dire … ben inferiore al milione di persone

L’industria dell’olocausto Figlio di sopravvissuti ebrei del ghetto di Varsavia e poi del campo di sterminio di Auschwitz, Finkelstein si mise in luce con i suoi scritti relativi ai conflitti arabo-israeliani[1] e grazie alle polemiche suscitate dalla sua critica per ciò che egli chiama «L’industria dell’Olocausto»: termine col quale indica le organizzazioni e le personalità ebraiche (in particolare il Congresso Ebraico Mondiale o Elie Wiesel) che, a suo parere, hanno strumentalizzato la Shoah a fini politici (per sostenere la politica israeliana) o mercantili (ottenere indennizzi finanziari da parte della Germania e della Svizzera)[2]. Finkelstein rivela che le sue ricostruzioni storiche furono innescate dall’indennizzo di 1.000 dollari statunitensi a testa offerto ai suoi genitori: cifra assai bassa a fronte di quanto versato da Germania e Svizzera e del numero di scampati ai campi di concentramento e di sterminio nazisti inizialmente rilevato dagli Alleati quando censirono i sopravvissuti nei lager. Tale cifra, a suo dire ben inferiore al milione di persone, sarebbe però continuamente lievitata per opera delle commissioni incaricate di fissare gli indennizzi, formate da israeliani e da statunitensi (israeliti e non israeliti) molto legati a Israele, che così avrebbero liberato risorse finanziarie immense delle quali si sarebbe avvantaggiato lo Stato d’Israele, a detrimento degli effettivi scampati all’Olocausto. La sua tesi di dottorato svolse inoltre una critica del best seller pubblicato nel 1984, From Time Immemorial, dell’autrice statunitense Joan Peters, che aveva fatto da cassa di risonanza del mito del “deserto” in cui i primi coloni israeliani si sarebbero insediati. È intervenuto in numerose trasmissioni televisive e radiofoniche in varie parti del mondo, per dibattere il tema del conflitto Israele/Palestina. In Italia, nel 2001, tenne una conferenza, assai polemicamente animata dalla stampa statunitense filo-israeliana presente a Roma, nella libreria Odradek,[3] partecipando poi nell’Università di Teramo a un dibattito sul tema della cosiddetta Industria dell’Olocausto. Nel 2001 ha ottenuto un posto d’insegnamento dell’Università DePaul di Chicago. Nel 2005, ha pubblicato Beyond Chutzpah: On the Misuse of Anti-Semitism and the Abuse of History[4] in cui egli critica il libro The Case for Israel del professore di Diritto di Harvard, Alan Dershowitz, qualificandolo “bufala universitaria”. In esso denuncia quelle che reputa le generalizzazioni affrettate e le accuse di antisemitismo proferite da certe organizzazioni ebraiche nei confronti di quanti si oppongono alla politica dello Stato d’Israele. Alan Dershowitz ha minacciato l’editore di Beyond Chutzpah di azioni giudiziarie per diffamazione. Ha del pari chiesto pubblicamente all’Università DePaul di rifiutare a Finkelstein la nomina a professore[5].

Con una lettera del suo Rettore Dennis Holtschneider, in data 8 giugno 2007, l’Università DePaul di Chicago ha rifiutato la sua candidatura a professore titolare dell’insegnamento di Scienze politiche[6]. La commissione d’attribuzione delle cattedre ha biasimato il sostegno espresso dal Consiglio di Facoltà[7]. L’avvocato Lynne Bernabei lo difenderà contro la decisione assunta dall’Università DePaul.
Il 5 settembre 2007 l’Università gli ha vietato d’insegnare e ha preteso che egli sgomberasse il proprio ufficio[8]. Finkelstein ha presentato le proprie dimissioni nello stesso mese, dopo che le due parti hanno raggiunto un accordo stragiudiziale. Il giorno seguente, l’Università ha riconosciuto che Finkelstein è un «professore eccezionale e scientificamente prolifico».[9] L’avversario di Finkelstein, Alan Dershowitz, si è detto poco impressionato e ha dichiarato che «dire che Finkelstein è uno studioso è semplicemente una menzogna. Egli fa propaganda».[10] Per parte sua, Finkelstein insiste nel dire che si è visto rifiutare il posto di professore a causa di pressioni esterne all’Università.
In occasione d’una intervista col giornalista George McLeod pubblicata il 16 settembre 2007, egli paragona il suo caso di non-nomina a quello di Juan Cole dell’Università di Yale, di Joseph Massad, di Nadi Abu el-Haj e di Rashid Khalidi[11]. In tale intervista, Finkelstein afferma che la lobby israeliana è più potente di ogni altro gruppo d’interesse, ivi compresa quella degli anti-castristi o della lobby cinese.

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