Buon natale del cazzo

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La sposa (dal “Cantico dei cantici” allegoricamente interpretato miseramente da ebrei e cristiani)

Sei cresciuta come un cedro del Libano
Come un cipresso sui monti dell’Ermon
Come un ulivo maestoso in pianura
Sei cresciuta come un platano
Come palma in Engaddi
E le rose in Gerico
E rigogliosa come lampo di fuoco
Fuoco che mi inebria
Sai di cinnamomo mirra onice storace
E fra mille e mille ti riconoscerei
Dimmi anima mia dimmi dove si nasconde
Dov’è l’acqua che disseterà me
Dimmi anima mia il segreto dell’amante
Il segreto che ti lega a me.
Sei più dolce e bella del miele vergine
Ed è profumo il suono del suo nome
Come il sale in Engaddi
Sale come polvere
Sai di cinnamomo mirra onice storace
E fra mille e mille ti riconoscerei
Dimmi anima mia la paura dell’amante
Dell’amante che in me cerca te
Dimmi anima mia come nascere dal niente
Se non ho che te resta con me
Dimmi anima mia come nascere dal niente
Se non ho che te resta con me
Dimmi anima mia il segreto dell’amante
Dell’amante che resta con me

Elogio della Guerra

Elogio della guerra

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.
Elogio della guerra
Autore Massimo Fini
1ª ed. originale 1989
Genere Saggio
Sottogenere storico, politico
Lingua originale italiano

Elogio della guerra è un saggio scritto dal giornalista Massimo Fini, redatto nella sua prima edizione nel 1989 da Arnoldo Mondadori Editore. Il libro tratta il tema della guerra nelle forme e nelle interpretazioni che, secondo l’autore, l’uomo vi ha dato durante i secoli; analizzando le cause, le ragioni, le moralità e le pulsioni che spingono ed hanno spinto i popoli alla guerra e ai conflitti che da sempre hanno imperversato nelle società, dalle più arcaiche alle più moderne.

Contenuti

Il saggio è suddiviso in 6 capitoli, ognuno dei quali analizza gli aspetti e i rapporti che l’uomo e le società hanno avuto nei confronti dei conflitti.

La guerra: una storia infinita

Nel Primo capitolo Fini sostiene la tesi che fin dai tempi più antichi per i primi nomadi e per le prime società arcaiche, la guerra fosse un fattore fondamentale di sopravvivenza e autodifesa, che permetteva loro di non essere sopraffatti da altre tribù nemiche; Fini spiega anche come la brutalità e la propensione alla guerra, sia proporzionale al grado di civilizzazione delle società.

Le ragioni e le pulsioni

Questo capitolo spiega come la politica e gli interessi, prima delle piccole società, poi dei primi popoli mediterranei e infine dei feudatari medievali e degli stati moderni abbiano un ruolo fondamentale nello scatenarsi di conflitti tra comunità o stati, e di come la comunità e i singoli percepiscono nei vari periodi la guerra. Dalla guerra che impegna tutta la piccola comunità per l’autodifesa, agli eserciti romani che sottomettevano popoli di regioni lontane, passando per i cavalieri medievali impegnati in battaglie tra pochi professionisti (bellatores), e arrivando alla guerra totale introdotta dallaRivoluzione francese che impegna ogni risorsa dello stato alla distruzione totale del nemico, fino alla guerra assoluta del secondo conflitto mondiale che non si limita solo ad impegnare ogni risorsa a favore del conflitto, ma include in esso anche la popolazione civile che quindi per la prima volta su scala mondiale risente della guerra, in termini di privazioni e morte.

Gli antichi, i cavalieri e noi

Qui l’autore descrive come gli appartenenti delle società nella storia, partecipano alla guerra, dalla partecipazione di tutti gli uomini della comunità arcaica contro il nemico, ai piccoli eserciti medievali di professionisti che esaltavano la guerra come palcoscenico di valori cavallereschi e nobili, fino agli eserciti di massa odierni, molto meno nobili, spersonalizzanti, ma pur sempre formati da gente di ogni classe sociale accomunate dalla costante presenza della morte.

Piacer figlio d’affanno…

In questo capitolo viene descritto come è cambiato nel corso della storia il rapporto che il singolo ha nei confronti della guerra. Il capitolo descrive l’indifferenza dei contadini medievali per cui la guerra era qualcosa di lontano, combattuta dai nobili per interessi che non sfioravano i contadini che seppur sotto un altro padrone avrebbero continuato a fare quello che facevano. Poi lo scrittore si sofferma soprattutto sulla società industriale e borghese, e di come i rispettivi appartenenti guardano alla guerra da un diverso punto di vista a seconda della classe sociale; un modo per uscire dalla piattezza della vita borghese, oppure un evento disprezzabile per chi nella vita fatica e lavora magari rischiando tutti i giorni in fabbriche malsane e pericolose. Quindi l’analisi si ferma sull’epoca moderna, in cui il rischio di una guerra nucleare che annullerebbe l’esistenza umana, abbia incanalato le pulsioni umane in atteggiamenti autodistruttivi, psicopatici e violenti.

La guerra: una storia finita

Qui Massimo Fini si scaglia contro l’avvento della bomba atomica, in quanto elimina ogni possibilità di guerra o conflitto, che per quanto possa essere orribile e crudele, “da un punto di vista soggettivo, è uno sfogo di aggressività naturale, uscita dalla noia quotidiana, essenzialità di sentimenti, solidarietà, uguaglianza […]”. La guerra tradizionale quindi, non è più possibile, congelata dalla minaccia atomica, che sterminerebe il genere umano, e assume quindi lo status di tabù, e diventa quindi ripugnante e impraticabile.

Questo equilibrio del terrore quindi, è per l’autore, una delle cause per cui la società moderna trova i suoi sfoghi in un proliferare di sottospecie di guerre, come il terrorismo, la guerriglia o la guerra civile, scrive l’autore: “E infatti in questi 45 anni di pace atomica ci sono stati in realtà circa 150 conflitti che però mai hanno preso le forme della guerra, ma quelle di guerriglia o guerra civile, […] più feroci e crudeli della guerra, […] perché coinvolgono principalmente fanatici o uomini esasperati, spinti da odio ideologico o religioso”. Secondo l’autore questa pax atomica, basata sul ricatto atomico, ha permesso alle due superpotenze di controllare e soggiogare la maggior parte degli stati a proprio piacere per oltre quarant’anni, e di impedire a questi di avere il ricambio delle classi dirigenti che una guerra impone alla sua fine.

Baby is born

« Verrà un giorno in cui la guerra ucciderà la guerra grazie al progresso scientifico che consentirà devastazioni così tremende che ogni conflitto diventerà impossibile »

Così l’autore cita Louis Pasteur, parlando di come appunto la tecnologia ha eliminato il ruolo umano nella guerra, in virtù dei miglioramenti tecnici che porta la guerra ad essere un fatto di macchine, che ha avuto il suo massimo con l’atomica, che ha cancellato qualsiasi dialettica offesa-difesa, perché è un’arma che distruggerebbe il genere umano.
Genere umano che invece, secondo l’autore, ha bisogno della guerra, ne ha bisogno per canalizzare la violenza, per dirigere gli impulsi, per dare una svolta alla propria vita; esigenze che invece ora sono represse dalla minaccia di una rappresaglia atomica.

Le vergogne della Chiesa … e si fanno pure santi!

LA VERA STORIA DI
EDGARDO MORTARA
IL BIMBO RAPITO CON LA BENEDIZIONE DI PIO IX

L’INOPPORTUNA “BEATIFICAZIONE” DI PIO IX
DA PARTE DI GIOVANNI PAOLO II DIMOSTRA
CHE LA CHIESA CATTOLICA NON E’ AFFATTO
PENTITA DI AVER COMMESSO SIMILI CRIMINI.

Intervista di David Gabrielli ad Elena Mortara, pronipote.

La beatificazione di Pio IX voluta da Giovanni Paolo II ha aperto una ferita dolorosa nella comunità ebraica romana ed italiana, ma anche in tutti coloro che hanno a cuore i diritti umani più elementari.

Nonostante le accurate censure di Stato applicate su stampa e TV, non si può dimenticare che il papa che Karol Wojtyla ha proposto come “esempio” ai suoi fedeli, ovvero Pio IX, approvò il rapimento di Edgardo Mortara, un bambino ebreo battezzato furtivamente all’insaputa dei genitori, e poi sottratto loro con la violenza per educarlo a Roma nella “vera religione”.

Abbiamo parlato della vicenda di un tempo, e dello sbigottimento odierno di fronte alla decisione vaticana, con Elèna Mortara, la cui bisnonna paterna era sorella dello sfortunato bambino.

Tutto cominciò a Bologna, allora parte degli Stati della Chiesa, la sera del 23 giugno 1858. Due gendarmi si presentarono all’improvviso alla casa dei coniugi Mortara, ebrei, per avvertirli che il rappresentante del Sant’Uffizio nella città, l’inquisitore Pier Gaetano Feletti, frate domenicano, aveva dato ordine di portare via dalla famiglia Edgardo (sesto di otto figli), che aveva sei anni, perché il piccolo, come si venne a sapere nei giorni successivi, era stato segretamente battezzato da Anna (Nina) Morisi, una ragazza della campagna bolognese che stava a servizio dai Mortara.

Infatti, tempo prima, all’età di forse due anni (i racconti dell’epoca sono molto confusi e reticenti in proposito, per la scarsa chiarezza della protagonista della confessione), Edgardo aveva avuto una gran febbre e allora la Nina, temendo che morisse, all’insaputa dei genitori aveva battezzato il piccolo, e raccontato poi tutto, non di sua spontanea volontà ma su precisa richiesta del tribunale dell’Inquisizione, a padre Feletti che – ‘per ordine di Roma’, come dirà poi in seguito – decretò che il bambino, ormai battezzato nella Chiesa cattolica, fosse sottratto ai genitori.

La disperazione della famiglia e l’intervento della comunità ebraica di Bologna fece slittare di un giorno, un solo giorno, l’esecuzione dell’ordine. Il 24 giugno Edgardo fu portato via dai gendarmi, e spedito a Roma, ove venne ospitato nella Casa dei catecumeni, per ricevere finalmente l’educazione cristiana che, secondo la Chiesa, gli spettava.

A Roma Pio IX assunse in prima persona la responsabilità del rapimento, impegnandosi personalmente per difendere l’operato del Sant’Uffizio e per far dare un’educazione cattolica al bambino. Il papa disse di considerare Edgardo come un ‘figlio’ e lo volle accanto a sé‚ in tributi di riverenza annuali, accompagnati da forme di umiliazione pubblica, che il giovane giustificava come giusta punizione per le sofferenze provocate al papa con il suo caso.

Edgardo, da parte sua, con il tempo, dopo che per anni fu separato dai suoi, considerò il papa il suo vero e nuovo ‘padre’. E’ evidente, ma va ribadito di fronte alla minimizzazione che di questo aspetto capitale ha fatto una parte del mondo cattolico, l’inaudita violenza subìta da questo bambino di sei anni: violenza psicologica, esistenziale, religiosa. Che sarà passato nella mente e nel cuore del piccolo, strappato alla sua famiglia presentatagli come ‘indegna’, e forzatamente costretto a ripudiare le sue radici?

Uno squarcio del dramma interiore del povero bambino, e dell’attaccamento all’ebraismo famigliare che era in lui prima delle pressioni subite in seguito, lo possiamo intuire dal primo incontro dopo il rapimento che egli ebbe con la madre, nell’ottobre ’58, quando la donna dopo molte tribolazioni e rifiuti ottenne dalle autorità ecclesiastiche il permesso di rivedere, per brevi istanti, il figlio, naturalmente presenti e vigili alcuni sacerdoti.

Edgardo riuscì a dire alla mamma: ‘Sai, la sera recito ancora lo Shemà Israel’ (‘Ascolta Israele: il Signore è nostro Dio…’ – Deut. 6,4). Ma in seguito il bambino, e poi ragazzo, cui – violenza atroce – fino al 1870 non fu più concesso di rivedere la famiglia, non dirà più così. Egli era stato interiormente cambiato. E tenterà perfino di convertire alla fede cattolica i suoi familiari, inutilmente.”.

***

Diversamente da altri drammi analoghi, spesso rimasti nell’ombra, il ‘caso Mortara’ ebbe enorme eco in Italia, in Europa, e perfino negli Stati Uniti d’America: nel solo mese di dicembre 1958, sul New York Times apparvero almeno 20 articoli su quello che era ormai diventato uno scandalo internazionale.

Si mossero non solo le comunità ebraiche (per inciso: esso fu uno dei motivi che spinsero gli ebrei a cercare di unirsi per difendersi da questi soprusi, e quindi a creare in Francia l’Alliance Israélite Universelle), ma anche autorità politiche, da Cavour a Napoleone III di Francia.

Quell’atto di Pio IX, in piena età di costituenti liberali e di emancipazione ebraica nel resto d’Europa, fu infatti considerato dall’opinione pubblica occidentale, soprattutto in Francia, Stati Uniti, Inghilterra e Olanda, – giustamente, mi sembra! – come uno scandalo e un crimine.

Il rapimento del ragazzo Mortara ebbe ripercussioni, oggi poco note, nella stessa storia del Risorgimento italiano, e il silenzio che ha coperto questa vicenda nei decenni successivi fino a tutt’oggi è un indizio grave di rimozione.

La perdita di prestigio morale che ne derivò per la Chiesa contribuì ad accelerare il processo di unificazione nazionale e alla fine di un potere temporale che appariva anacronistico e non più difendibile.

Le lettere di Cavour e dell’ambasciatore in Francia del Regno di Sardegna in questo periodo ne sono testimonianza storica.

Per questi, come per altri documenti su tutta la vicenda, si rimanda al libro di David Kertzer, Prigioniero del Papa Re (Rizzoli, 1996), e a quello di Daniele Scalise, Il caso Mortara. La vera storia del bambino ebreo rapito dal papa (Mondadori, 1997).

***

ANCORA OGGI alcuni cattolici difendono la “legittimità” del comportamento di Pio IX, ritenendo “inevitabile” che la Chiesa si senta “responsabile” (leggi: “proprietaria”) delle persone che, volenti e nolenti, vengono battezzate.

Questa è la posizione di Vittorio Messori, che nel suo libro Il caso Mortara afferma concetti farneticanti quali il fatto che una volta adulto, il bambino ha potuto “liberamente” seguire la fede cristiana!

In pratica, il lavaggio del cervello subito quotidianamente da un bambino di 7 anni, privato con violenza di ogni riferimento familiare, morale, psicologico e sociale, viene elevato al rango di “libera educazione”.

Ecco il concetto che i cattolici hanno della libertà: viene da pensare a quel terribile “il lavoro rende liberi” che i nazisti scrissero sul cancello di Auschwitz.

Ovvio che per queste menti deviate dal fanatismo religioso, il fatto che il Mortara ha finito col farsi prete “dimostra” che Dio avrebbe operato il “bene” sia pure attraverso un episodio “illecito”. Si noti che l’illecito per il Messori (ndr. Ad Assisi conobbe Rosanna Brichetti, che avrebbe sposato in seguito nel 1996, dopo l’annullamento, da parte della Sacra Rota, di un precedente matrimonio avvenuto nel 1972: mentre la prima istanza era stata respinta nei tre gradi di giudizio, due cause successive si erano concluse con la sentenza di nullità. https://it.wikipedia.org/wiki/Vittorio_Messori) non è riferito al rapimento, ma al mancato consenso dei genitori circa la somministrazione del cosiddetto “battesimo”.

Inutile spiegare che, come evidenziato dalla psicoanalisi, esiste un meccanismo psichico detto “identificazione con l’aggressore” che porta l’individuo ad aderire pienamente alle idee dei suoi persecutori. Si tratta di una reazione di difesa estrema, legata all’istinto di sopravvivenza.

Il fatto che il Mortara divenne un prete particolarmente incline alla conversione degli ebrei, del suo popolo, ci fa capire quanto profonda è stata la violenza da lui subita, ma d’altra parte così facendo il buon Edgardo ha dimostrato che di fronte ad un trauma che avrebbe fatto impazzire molte delle persone che si fossero trovate in analoga situazione, lui ha saputo trovare, sebbene inconsciamente, una strategia psichica tale da rendere la situazione sopportabile e vivibile.

La storia di Edgardo Mortara illustra efficacemente quali immense distorsioni del pensiero logico possa celarsi dietro il concetto che il cattolicesimo ha della “libertà”. In pratica, la libertà per la Chiesa si identifica nel totale asservimento fisico e psichico alla loro presunta autorità. E’ disarmante come tutto ciò sia vissuto, nella logica cattolica, come un “diritto naturale”.

Con questo tipo di ideologia, come si vede, non esiste possibilità di dialogo.

Essi rivendicano le loro libertà in base ai principi nostri
e negano le nostre libertà in base ai principi loro.

GAETANO SALVEMINI

FONTE:http://cristianesimo.it/mortara.htm
http://www.ibs.it/code/9788817330268/kertzer-david-i/prigioniero-del-papa-re.html

Bravo Steven Spielberg…!

L’Italia è destinata ad un futuro “DISABILE”

L’Italia sta investendo nell’istruzione. I dati ce lo dicono, tutti i docenti di sostegno stanno entrando di ruolo, lasciando di fatto scoperte le cattedre per le persone “normodotate”. Ciò significa che tra un decennio circa ci troveremo negli uffici,  nelle forze dell’ordine, nell’esercito, nelle pubbliche amministrazioni, nelle università, negli istituti di ricerca, nelle imprese private una grandissima maggiornaza di dipendenti “diversamente abili”.

Che bello!

I normodotati saremo tutti barboni sotto ad un ponte…!

STORIELLA non Verosimile ma vera:
Anni fa insegnai da precario per una supplenza, in classe avevo alcuni ragazzi in H, alcuni dei quali con obiettivi minimi, per i profani: lo studente per una qualsiasi inabilità parziale nell’apprendimento viene seguito da un docente di sostegno, alcune volte anche da un tutor che lo accompagna negli esercizi, pagato, anche a casa. Non era questo il caso, cioè col tutor, ma solo col docente di sostegno. Devo dire che spesso, e non me ne abbiano i colleghi docenti di sostegno, si tende a “tagliare”, nel senso che allo studente seguito, tra gli altri (che divengono sempre più lontani dall’essere “normodotati” nel senso che di anno in anno si abbassano gli obiettivi per tutti), viene consegnato un “lasciapassare” che di fatto si conclude con un diploma davvero “regalato”.
Oggi, attendendo la mia “presunta” collocazione da precario (fase C) e andando presso l’istituto di credito parzialmente statale per controllare la mia disoccupazione (poche centinaia di euro), riconosco uno dei miei studenti (sesso omettendo) che in H avevano in realtà beneficiato del “lasciapassare”. Seduto alla cassa faceva operazioni contabili, sbrigava pratiche ecc…
NON ME NE ABBIANO le categorie protette… ma io ancora precario devo fare i salti mortali per vivere… Credo che in Italia vige la legge per chi è nella “fascia protetta” ma credo che, fondamentalmente, l’Italia si faccia scudo delle fasce protette per i grandi interessi economici che la reggono. Corsi di formazione, corsi TFA, Tutoraggio (spesso gestiti da cooperative di tipo politico), assistenza domiciliare con mezzi, gestione di supporti per l’apprendimento diversamente abile (editori e software). Per non parlare degli altri campi della “fascia protetta” che liquiderei con la celebre definizione di “casta politica” ma anche religiosa, (vedi docenti di religione). La casta degli “ordini”, in primis i medici di base che guadagnano senza nemmeno lavorare, nel senso che anche se non vado dal mio medico lui riceve una quota per ogni paziente in carico (inaudito), poi i giornalisti, i sindacalisti, gli avvocati e voglio mettere in ultimo, ma davvero non sono ultimi, gli interessi economici miliardari investiti sull’emigrazione, ovvero sugli esodi di vaste popolazioni africane e non, che puntualmente vengono “accolte” nel nostro paese nei campi di “concentramento” profughi e via discorrendo… cooperative, società ONLUS ecc…

Sarà l’Italia delle fasce protette a distruggere l’Italia dei Normodotati… forse conviene fare finta di essere testa di minchia…