E she ci fosse una nuova strategia in questo disastro?

“La favoletta dell’imminente crollo del ponte”, sul blog di Grillo le parole che imbarazzano M5S In Liguria il nascente Movimento aveva sposato la battaglia contro la nuova autostrada di Ponente, la Gronda.

 Accorre, il governo, intorno alle macerie del Ponte Morandi. Si sollevano parole di cordoglio, solidarietà, promesse di giustizia e di energici interventi. Ma le liturgie politiche si scompaginano quando un elemento inconsueto, l’ imbarazzo, si insinua tra le file del Movimento 5 Stelle. Vengono dissotterrate le posizioni di quel grillismo che sposava la tesi della «favoletta del crollo del Ponte Morandi», che si batteva contro il progetto della nuova autostrada e che ora, al governo, si trova costretto a sfumare le proprie posizioni, fino quasi a rinnegarle.  «È un doppio disastro», ammette d’altronde un parlamentare ligure del M5S, «da una parte per le vittime e le loro famiglie, dall’altra perché nelle prossime settimane ci getteranno nel tritacarne per le nostre battaglie sul territorio». La nascita del grillismo in Liguria è infatti legata a doppio filo alle lotte dei No Gronda, proprio come è avvenuto in Piemonte con i No Tav, a Parma con i No Inceneritore: comitati di cittadini contrari alla costruzione di una grande opera, supportati da un Movimento che ha bisogno di crescere. Qui, il progetto da fermare era quello della nuova autostrada di Ponente, la Gronda, che collegherebbe Genova a Vesima, sostituendo così il tratto più pericoloso dell’A10 (dove si passava su Ponte Morandi).  

E il Movimento delle origini sposa la battaglia. Già nel 2012, quando l’allora presidente di Confindustria Genova lancia l’allarme sul rischio di un «crollo tra dieci anni» del Ponte Morandi e sulla conseguente necessità della costruzione di una nuova autostrada, il consigliere comunale M5S Paolo Putti, proveniente proprio dal comitato No Gronda ed ex candidato sindaco, risponde: «Magari questa persona, prima di utilizzare questo tono un po’ minaccioso – perché dice: “Ci ricorderemo il nome di chi adesso ha detto No!” -, dovrebbe informarsi. Perché dice che il Ponte Morandi crollerà fra 10 anni, ma a noi Autostrade ha detto che per altri cento anni può stare in piedi». 

 I nodi si stringono e un anno dopo, ad aprile, sul blog di Beppe Grillo viene messo in risalto un comunicato del comitato di coordinamento No Gronda: «Ci viene poi raccontata, a turno, la favoletta dell’imminente crollo del Ponte Morandi». Ed è lo stesso Grillo, nel 2014, durante la kermesse romana di “Italia 5 Stelle”, a schierarsi apertamente contro il progetto della nuova autostrada: «Dobbiamo fermarli con l’esercito!», urla dal palco. Era il tempo della protesta, della rabbia che catalizzava i voti. Oggi, invece, quelle posizioni sono un bagaglio ingombrante, che mette a disagio gli uomini del Movimento.Tanto da richiedere l’intervento del ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli, che però va su tutte le furie: «Delle polemiche me ne frego altamente. Chi le sta fomentando, in momenti così drammatici, è uno sciacallo».  

 Il nervosismo è palpabile. «Sì, al tempo forse è stato sottovalutato il pericolo del crollo», concede il sottosegretario alle Infrastrutture Michele Dell’Orco, «ma stiamo parlando di un commento sul blog di Grillo. Non di un esponente di questo governo». Segno, dunque, che il vento potrebbe cambiare ancora. Come testimonia la doppia rimozione del post dei No Gronda sul blog di Grillo e del tweet del deputato M5S Massimo Baroni, in cui si sosteneva la battaglia contro il progetto della nuova autostrada: «No alle grandi opere inutili quando c’è da mettere in sicurezza le opere già esistenti». Tutto passato. Anche perché quel «No» del M5S alla Gronda, dopo il crollo del ponte, non è più scontato: «Dovrà rientrare nell’analisi costi-benefici», sottolinea Dell’Orco. E la valutazione dei tecnici, tra cui figura Marco Ponti, che si era già espresso in maniera critica nei confronti del progetto, «sarà molto più approfondita e potrebbe cambiare».  
http://www.lastampa.it/2018/08/15/italia/la-favoletta-dellimminente-crollo-del-ponte-sul-blog-di-grillo-le-parole-che-imbarazzano-ms-w4a0Z7U2cMwdRrSWNKIqZM/pagina.html
 

La società dei parrucconi

Ogni mattina mi alzo speranzoso, o secondo i sinonimi: fiducioso (agg.), ottimista (agg.), confidente (agg.), illuso (agg.). Sull’ultimo termine rifletto un po’. Ma come speranza è uguale a illusione? E dire che senza la speranza l’uomo sarebbe ormai estinto. Dico l’impulso vitale che vi è in ogni essere umano è appunto dettato da una presunzione di cambiamento, di trasformazione positiva degli eventi della vita e delle cose che lo circondano. Eppure questo neo, questa diacronia, questo strano termine “illuso” spesso mi appare più pertinente che “fiducioso”.

Dunque ricominciamo.
“Ogni mattina mi alzo speranzoso, anzi certo che…

 

Alekos Panagulis

Chi era Alekos? Chiediamolo alla “signora” Oriana Fallaci…

POESIE TRATTE DA “UN UOMO” DI ORIANA FALLACI

” L’amore non è mettere le catene alla gente
che vuole battersi e che è pronta a morire per questo l’amore è lasciarla morire nel modo che ha scelto”

”Come se la libertà si potesse assassinare
senza la vigliaccheria del popolo.
Senza il silenzio del popolo.
Ma cosa vuol dire popolo chi è il popolo?
Sono i pochi che disubbidiscono?
no loro non sono il popolo,
il popolo è gregge.”

”Tutte le bandiere anche le più nobili,
le più pure, sono sporche
di sangue e di merda,
che con il passare del tempo
diventano dello stesso colore”

”Ho guadagnato una vita,
un biglietto per la morte e viaggio ancora
in certi momenti ho creduto
di essere alla fine del viaggio
mi sbagliavo erano solo imprevisti del cammino”

Alekos Panagulis

Corrado Simioni… UHG…
http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/toh-anno-fa-morto-corrado-simioni-fondatore-scuola-10404.htm

E’ morto Gillo Dorfles, scompare a 107 anni il rivoluzionario critico d’arte

Si è spento a 107 anni Gillo Dorfles. Lo straordinario critico d’arte è morto nella sua casa a Milano. A renderlo noto è stato il nipote spiegando che le condizioni fisiche dell’artista erano peggiorate nelle ultime 24 ore

MILANO – Si potrà dire che è morto dentro un’età senza tempo. Registrabile in una dismisura difficile da immaginare. Che avremmo con curiosità accolto se solo ci avessero avvertito che la sua vita si era svolta in qualche remoto villaggio dell’Anatolia dove i vecchi scalano impunemente le classifiche dei primati della longevità. Invece, fino all’ultimo, Gillo Dorfles ha abitato i centri della modernità, le grandi realtà urbane come Milano, Parigi, New York, Chicago o Tokio. Città nelle quali amava soggiornare, per visitare una mostra, incontrare qualche amico, curiosare tra le nuove architetture. Accadeva di vederlo a qualche rassegna, o convegno, e poi sedersi compostamente, ascoltando con apparente attenzione le parole di un relatore.

Prestava l’orecchio, ormai quasi interamente sordo, come fosse una mano stesa che mendica i suoni. L’ultima volta che lo incontrai, un anno fa, nella sua casa milanese, si era dimenticato di infilarsi l’auricolare. E fu esilarante e indimenticabile quel dialogo di ottusa grandezza, di splendidi fraintendimenti, di esauste ripetizioni. Il caos sonoro, improvvisamente, si era dato appuntamento tra un divano e una poltrona: sillabe, parole, borborigmi e frasi urlate rendevano impagabilmente surreale la scena. E Dorfles – che credo non avesse mai in vita sua amato la recitazione e si fosse sempre attenuto a una verosimiglianza a oltranza – come un consumato attore di teatro diede vita a una strepitosa performance.
Ma chi fu realmente quest’uomo che indossò il Novecento, con la stessa eleganza con cui vestiva gli abiti confezionati dai migliori sarti? Era nato a Trieste da una famiglia borghese e vista la data in cui fu messo al mondo – il 1910 – si considerava un cittadino dell’impero absburgico. Una di quelle figure a un tempo notarili e curiose, severe e disponibili che avevano abitato la vecchia Mitteleuropa. Della Trieste dei primi del Novecento – quel luogo che fu incrocio di spiriti colti e temerarie avventure culturali – Dorfles succhiò il meglio. L’amicizia con Bobi Bazlen e Leon Fini, le frequentazioni con Svevo e Saba, il fenomeno della psicoanalisi. A questo proposito, dopo una laurea in medicina pensò a una specializzazione in psichiatria. L’arte – che gli avrebbe occupato il resto della vita – era ancora un episodio laterale, un sintomo labile e incerto. Quello spirito inquieto volgeva l’interesse alla musica e soprattutto alla pittura. A quei primi tentativi che lui stesso con qualche severità eccessiva definiva “scarabocchi”.

LEGGI – I festeggiamenti a Milano per i 107 anni 

Ma fu in fondo il sentirsi, in qualche modo artista, che lo spinse a fare dell’arte l’oggetto delle sue riflessioni, della sua passione: così intrinsecamente militante da mutargli la vita e il destino. La particolarità di quest’uomo è stata di aver respinto con fermezza il ruolo di storico dell’arte e di rivestire quello più aggressivo di critico. Sospetto che fu una tale distinzione a irritare uno studioso come Cesare Brandi che si ergeva peraltro a figura dominante del mondo dell’arte. “Se solo avesse capito la metà dei libri che ha letto, avremmo di fronte uno studioso di statura internazionale”, disse con ironia Brandi. Si era lasciato andare al commento maligno dopo la lettura de Le oscillazioni del gusto. Quel libro, in realtà, metteva a fuoco un cambio di registro, un’attenzione tutt’altro che semplicistica al mutare di un’epoca. Erano finiti gli anni Sessanta e con essi anche quel modo di indagare i fenomeni estetici fondato sull’idea dei valori eterni e dell’autonomia dell’arte. Dorfles non era insensibile allo sviluppo dei “mezzi meccanici”, alle prime apparizioni dei computer che trovavano applicazione nella musica, nella grafica, nella poesia e perfino nella pittura.

Naturalmente, tutto questo stonava con l’idea che l’opera d’arte avesse una funzione universale nel formare il gusto, rendendolo un’esperienza autentica. Il gusto non era più dettato, orientato, legittimato da una sparuta élite di cultori. Non proveniva da un’educazione certa e condivisa. Occorreva prendere atto che si era acuita la sensibilità dell’uomo della strada e che l’arte “utilitaria” – con la sua produzione di oggetti in serie, con il design e la pubblicità – stava prendendo il posto dell’arte “pura”. Fu in questo contesto che Dorfles ripensò la categoria del Kitsch: dapprima come espressione del cattivo gusto, sempre più sfrenato e ubiquitario, in seguito come parte integrante dell’arte stessa.

Uno dei suoi libri più riusciti fu L’intervallo perduto, con cui inaugurò gli anni Ottanta. Anticipava, secondo me, di qualche anno, le analisi che Bauman avrebbe condotto sulla “società liquida” e Augé sui “non luoghi”. L’uomo contemporaneo – rifletteva Dorfles – ha perso la consapevolezza del proprio tempo vissuto; si illude di vivere con pienezza questo tempo, quando, in realtà, egli è diventato prigioniero di un eterno presente. Ne conseguiva – grazie anche al dilagare del mezzo televisivo – quella che lui chiamò la “perdita di credibilità” nella quale lo spettatore non era più in grado di distinguere fra tragedia vera e artefatta. Tutto questo avrebbe trovato un’ulteriore sistemazione, nella seconda metà degli anni Novanta, quando Dorfles mise a punto la distinzione tra “fatti” e “fattoidi”. Tra ciò che noi esperiamo realmente  e quel mondo fittizio e simulato nel quale sempre più trionfa lo pseudoevento.

Per essere stato un critico – attento alle trasformazioni dell’opera d’arte – Dorfles non rinunciò mai a lanciare uno sguardo acuto sul costume e le mode della nostra contemporaneità. Del resto era ciò che lo interessava, insieme alla sua diletta pittura. Come artista non diede l’impressione di possedere sufficiente originalità. Si lasciò influenzare da quella “pittura intelligente” che aveva trovato in Klee e Mirò le sue espressioni più compiute e potenti. Fondò, con un gruppetto di artisti, nel 1948 il Mac (movimento arte concreta); battagliò con estrema convinzione contro le derive figurative ma con risultati incerti e modesti.
Al visitatore occasionale mostrava con reticenza le sue opere. Non che non fosse convinto della riuscita del proprio lavoro. Ma come se, da qualche parte nella sua testa, risuonasse il sospetto di una possibile disapprovazione, il dubbio che quei lavori fossero nel caso migliore un hobby e, al peggio, il frutto di un tradimento, di un conflitto di interessi esploso in chi è giudice e al tempo stesso giudicato.

Durante un giorno di pioggia – era la prima volta che lo incontravo – tra i ricordi che gli tornavano in mente, sfiorando distrattamente i tasti del pianoforte che troneggiava nel salotto parlò di una soglia buia che a volte attraversiamo con tremore. Fu la sola occasione nella quale Dorfles  – sempre così determinato nel separare la propria vita privata da quella dello studioso – si lasciò andare a un battuta che ne sottintendeva un’altra.

Per tutta la vita aveva cercato il modo di mettere sotto controllo l’irrazionale dell’arte. Gli domandai se questo aveva a che fare con la sua vita vera, con quelle preoccupazioni che poco hanno a che vedere con i ruoli che la critica impone. Si avvicinò alla finestra e notai che aveva smesso di piovere. “A volte mi ritrovo a sprofondare dentro mondi per i quali so che la cura migliore è alzare barriere e costruire muri. Non ho fatto altro in tutta la mia vita. È semplice. Se piove, io so che si deve aprire l’ombrello. Ed è forse il solo modo efficace per contrastare la paura atavica che mi prende in certi momenti. Apro l’ombrello o attendo che smetta di piovere. Credo di avere avuto sempre i nervi saldi”.

Poi, non ebbe più voglia di conversare. Nelle quasi tre ore che passammo insieme, Dorfles non sentì mai il bisogno di allontanarsi dalla stanza. Eppure, in quel momento sembrava altrove.

di ANTONIO GNOLI

http://www.repubblica.it/cultura/2018/03/02/news/addio_a_gillo_dorlfes_il_critico_d_arte_muore_a_107_anni-190173376/?refresh_ce

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Gillo Dorfles con Giovanni Battista Maria Falcone nella casa del Professore a Milano dicembre 2017.

Che cazzo ci fa…?

Vorrei sapere come è possibile che un comunista sia docente presso l’Università Cattolica del sacro Cuore di Milano. Vabbè che gesucristo era un comunista figlio di proletario… ma mi pare che ai tre pastorelli in cova di Ria la madonna tra i tre segreti c’era quello della sconfitta del comunismo per vedere il mondo salvato … ahhhhh ecco perché … il comunismo non c’è più… ove ci fosse mai stato… EVVIVA…

Pur di raggiungere la meta…

Cirillo di Alessandria
Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

San Cirillo di Alessandria Patriarca di Alessandria Vescovo e Dottore della Chiesa
Nascita c.a. 370 Morte 27 giugno 444
Venerato da Tutte le Chiese che ammettono il culto dei santi
Canonizzazione 28 luglio 1882
Ricorrenza 27 giugno
Attributi
bastone pastorale

Cirillo di Alessandria (Teodosia d’Egitto, 370 – Alessandria d’Egitto, 27 giugno 444) è stato un vescovo e teologo greco antico, quindicesimo Papa della Chiesa copta (massima carica del Patriarcato di Alessandria d’Egitto) dal 412 alla sua morte. La Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse lo venerano come santo. Nel 1882 papa Leone XIII l’ha proclamato dottore della Chiesa.
Come teologo, fu coinvolto nelle dispute cristologiche che infiammarono la sua epoca. Si oppose a Nestorio durante il concilio di Efeso del 431 (del quale fu la figura centrale). In tale ambito, per contrastare Nestorio (che negava la maternità divina di Maria), sviluppò una teoria dell’Incarnazione che gli valse il titolo di doctor Incarnationis e che è considerata ancora valida dai teologi cristiani contemporanei. Perseguitò i novaziani, gli ebrei ed i pagani, sino a quasi annientarne la presenza nella città. Alcuni storici lo indicano come il mandante dell’omicidio della scienziata e filosofa neoplatonica Ipazia.
Divenuto vescovo e patriarca di Alessandria nel 412, secondo lo storico Socrate Scolastico acquistò «molto più potere di quanto ne avesse avuto il suo predecessore» e il suo episcopato «andò oltre i limiti delle sue funzioni sacerdotali». Cirillo giunse a svolgere anche un ruolo dalla forte connotazione politica e sociale nell’Egitto greco-romano di quel tempo. Le sue azioni sembrano essersi ispirate al criterio della difesa dell’ortodossia cristiana a ogni costo: espulse gli ebrei dalla città; chiuse le chiese dei novaziani, confiscandone il vasellame sacro e spogliando il loro vescovo Teopempto di tutti i suoi possedimenti; entrò in grave conflitto con il prefetto imperiale Oreste.

Popolo dei docenti… unitevi… Troppe pecore pascolano

Vaccini obbligatori per docenti e ATA, ritornerà alla Camera. Rischio vaccini anche per malattie già avute. M5S chiede finanziare vaccini monocomponenti

Bocciato al Senato per mancanza di copertura finanziaria, l’emendamento che prevede l’obbligatorietà di vaccinazione per docenti ed ATA tornerà alla Camera.
Lo ha annunciato ieri l’onorevole Binetti dell’UDC, come riportato tempestivamente dalla nostra redazione.
L’emendamento bocciato prevedeva che il personale della scuola già immunizzato venisse esentato.
Cosa accade, però, se un docente immunizzato per una malattia non lo è per un’altra? Il problema nasce perché i vaccini vengono somministrati a gruppi, insieme. Come ad esempio l’esavalente.
Se, ad esempio, un docente o un ATA fosse immunizzato per la poliomelite, ma no per la pertosse, cosa accadrebbe?
Ad oggi non esiste la possibilità di separare le due vaccinazioni se non a costi elevati per il singolo. Quindi, bisognerebbe somministrare l’esavalente con vaccinazioni contenenti malattie già conseguite?
Ad occuparsi del problema, il Movimento 5 Stelle che ha chiesto una relazione tecnica alla Ragioneria dello Stato sulla possibilità di introdurre vaccini monocomponenti per le vaccinazioni. Si tratta di una proposta M5s espressa in Aula dalla senatrice Paola Taverna.
I pentastellati hanno chiesto la possibilità di somministrare Vaccini singoli a chi è già immune.
La questione, quindi, ritorna ad essere finanziaria. Spetterà alla Ragioneria decidere se i soggetti da vaccinare saranno o meno costretti a subire vaccinazioni per malattie per le quali si è immuni.

 

http://www.orizzontescuola.it/vaccini-obbligatori-docenti-ata-ritornera-alla-camera-rischio-vaccini-anche-malattie-gia-avute-m5s-chiede-finanziare-vaccini-monocomponenti/

Beppe Grillo a Palermo: “Mafia aveva morale prima di incontrare finanza” … Mafia S.P.A…

“La mafia è stata corrotta dalla finanza, dalle multinazionali e dagli affari. Prima non metteva bombe nei musei o uccideva i bambini nell’acido. La mafia aveva una sua morale“. A dirlo dal palco di Palermo è Beppe Grillo nel suo intervento per lo “Sfiducia day” al governatore della Sicilia, Rosario Crocetta. Grillo subito dopo aggiunge, rivolgendosi al pubblico: “Non dovrei dire queste cose, vedete domani i giornali titoleranno che Grillo inneggia alla mafia”. Ma il leader dei 5 stelle – davanti a Palazzo dei Normanni, luogo simbolo della politica siciliana perché sede dell’Assemblea regionale – continua nella sua provocazione con un’altra dichiarazione: “Bisognerebbe quotare la mafia in Borsa, perché così ci si guadagnerebbe”. Poi un attacco al sistema. “Ora nelle organizzazioni criminali non ci sono più delinquenti , ma imprenditori, affaristi e magistrati. E non c’è differenza tra un uomo d’affari e un mafioso, fanno entrambi affari: ma almeno il mafioso si condanna e un uomo d’affari si assolve”. Poi Grillo accennato alla prossima deposizione del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, al processo sulla trattativa Stato-mafia: “Hanno impedito a Toto Riina e Leoluca Bagarella di andare vicino a Napolitano, ma per difendere Riina e Bagarella da lui, perché dopo un 41 bis un Napolitano bis è troppo”.

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Tale cifra, a suo dire … ben inferiore al milione di persone

L’industria dell’olocausto Figlio di sopravvissuti ebrei del ghetto di Varsavia e poi del campo di sterminio di Auschwitz, Finkelstein si mise in luce con i suoi scritti relativi ai conflitti arabo-israeliani[1] e grazie alle polemiche suscitate dalla sua critica per ciò che egli chiama «L’industria dell’Olocausto»: termine col quale indica le organizzazioni e le personalità ebraiche (in particolare il Congresso Ebraico Mondiale o Elie Wiesel) che, a suo parere, hanno strumentalizzato la Shoah a fini politici (per sostenere la politica israeliana) o mercantili (ottenere indennizzi finanziari da parte della Germania e della Svizzera)[2]. Finkelstein rivela che le sue ricostruzioni storiche furono innescate dall’indennizzo di 1.000 dollari statunitensi a testa offerto ai suoi genitori: cifra assai bassa a fronte di quanto versato da Germania e Svizzera e del numero di scampati ai campi di concentramento e di sterminio nazisti inizialmente rilevato dagli Alleati quando censirono i sopravvissuti nei lager. Tale cifra, a suo dire ben inferiore al milione di persone, sarebbe però continuamente lievitata per opera delle commissioni incaricate di fissare gli indennizzi, formate da israeliani e da statunitensi (israeliti e non israeliti) molto legati a Israele, che così avrebbero liberato risorse finanziarie immense delle quali si sarebbe avvantaggiato lo Stato d’Israele, a detrimento degli effettivi scampati all’Olocausto. La sua tesi di dottorato svolse inoltre una critica del best seller pubblicato nel 1984, From Time Immemorial, dell’autrice statunitense Joan Peters, che aveva fatto da cassa di risonanza del mito del “deserto” in cui i primi coloni israeliani si sarebbero insediati. È intervenuto in numerose trasmissioni televisive e radiofoniche in varie parti del mondo, per dibattere il tema del conflitto Israele/Palestina. In Italia, nel 2001, tenne una conferenza, assai polemicamente animata dalla stampa statunitense filo-israeliana presente a Roma, nella libreria Odradek,[3] partecipando poi nell’Università di Teramo a un dibattito sul tema della cosiddetta Industria dell’Olocausto. Nel 2001 ha ottenuto un posto d’insegnamento dell’Università DePaul di Chicago. Nel 2005, ha pubblicato Beyond Chutzpah: On the Misuse of Anti-Semitism and the Abuse of History[4] in cui egli critica il libro The Case for Israel del professore di Diritto di Harvard, Alan Dershowitz, qualificandolo “bufala universitaria”. In esso denuncia quelle che reputa le generalizzazioni affrettate e le accuse di antisemitismo proferite da certe organizzazioni ebraiche nei confronti di quanti si oppongono alla politica dello Stato d’Israele. Alan Dershowitz ha minacciato l’editore di Beyond Chutzpah di azioni giudiziarie per diffamazione. Ha del pari chiesto pubblicamente all’Università DePaul di rifiutare a Finkelstein la nomina a professore[5].

Con una lettera del suo Rettore Dennis Holtschneider, in data 8 giugno 2007, l’Università DePaul di Chicago ha rifiutato la sua candidatura a professore titolare dell’insegnamento di Scienze politiche[6]. La commissione d’attribuzione delle cattedre ha biasimato il sostegno espresso dal Consiglio di Facoltà[7]. L’avvocato Lynne Bernabei lo difenderà contro la decisione assunta dall’Università DePaul.
Il 5 settembre 2007 l’Università gli ha vietato d’insegnare e ha preteso che egli sgomberasse il proprio ufficio[8]. Finkelstein ha presentato le proprie dimissioni nello stesso mese, dopo che le due parti hanno raggiunto un accordo stragiudiziale. Il giorno seguente, l’Università ha riconosciuto che Finkelstein è un «professore eccezionale e scientificamente prolifico».[9] L’avversario di Finkelstein, Alan Dershowitz, si è detto poco impressionato e ha dichiarato che «dire che Finkelstein è uno studioso è semplicemente una menzogna. Egli fa propaganda».[10] Per parte sua, Finkelstein insiste nel dire che si è visto rifiutare il posto di professore a causa di pressioni esterne all’Università.
In occasione d’una intervista col giornalista George McLeod pubblicata il 16 settembre 2007, egli paragona il suo caso di non-nomina a quello di Juan Cole dell’Università di Yale, di Joseph Massad, di Nadi Abu el-Haj e di Rashid Khalidi[11]. In tale intervista, Finkelstein afferma che la lobby israeliana è più potente di ogni altro gruppo d’interesse, ivi compresa quella degli anti-castristi o della lobby cinese.

Marx è morto… Viva Marx…Italiani… BRAVA GENTE…

Messaggio al cedolino – Febbraio 2017
AVVISO DEBITO: Si informa che la ritenuta identificata con il codice 800/103203
si riferisce al debito accertato per i seguenti periodi di assenza:
Dal 22/11/2016 al 24/11/2016 per MALATTIA DL112/08
Si informa la S.V. che il debito verra’ recuperato con ritenuta mensile fino al 02/2017.
Viva l’Italia… e i mafiosi che la detengono passati presenti e futuri. Il lavoratore è davvero tutelato. Incide su quasi 300,00 euro sullo stipendio di poveracci… la malattia… e meno male che c’era di mezzo domenica e giorno libero. GRZIE A TUTTI SINDACATI, PRESIDENTI PERBENE, ANTIMAFIA E MAFIA…

Camera dei deputati: dallo stipendio alla malattia, tutti i privilegi della casta

Per i dipendenti della Camera il licenziamento è una parola bandita e l’assenza per malattia può durare fino a tre anni

Tra le categorie di lavoratori del settore pubblico che godono di “ingiustificati e notevoli trattamenti di favore” ci sono i dipendenti della Camera dei Deputati, oltre 1.000 lavoratori che godono di diritti e privilegi sconosciuti al dipendente del settore privato.

Tra questi, come riporta Repubblica: retribuzione fino a 240 mila euro l’anno, periodo di conservazione del posto di lavoro fino a 3 anni in caso di malattia contro i 6 mesi dei dipendenti del settore privato, assenza dal posto di lavoro ingiustificata per 30 giorni contro i 3/5 giorni dei lavoratori privati, in pensione a 65 anni contro i 67 per gli uomini e i 66 per le donne come previsto dalla Riforma Fornero per il settore privato. Di licenziamento poi nemmeno a parlarne, se non in rarissime situazioni.

LA RETRIBUZIONE – La retribuzione di un dipendente della Camera può raggiungere un importo fino a 240mila euro, mentre un dipendente privato più qualificato può anche limitarsi a soli 30 mila euro circa. I minimi retributivi previsti nella disciplina che regola il lavoro dei dipendenti della Camera sono significativamente superiori (30mila euro per la “qualifica” di “operatore tecnico”, ben 65mila per la “qualifica” di “consigliere parlamentare”) ai minimi retributivi previsti nei CCNL del privato (16/17 mila euro).

SCATTI DI ANZIANITA’- Evidenti disparità anche sugli incrementi retributivi legati agli scatti di anzianità. Un esempio: un “assistente parlamentare” percepisce una retribuzione all’ingresso di circa 35.000 euro che, dopo poco più di vent’anni di lavoro, diventa di quasi 100mila euro, dunque euro più euro meno, viene triplica. Nel settore privato gli incrementi sono molto diversi. Il settore del Commercio prevede 10 scatti triennali di circa 20euro ciascuno e nel settore industriale ci sono 5 scatti biennali di misura compresa tra i 20 e i 40 euro.

LA MALATTIA – Il periodo complessivo di tolleranza (ossia di conservazione del posto di lavoro) nei confronti dei dipendenti delle Camera assenti per malattia può raggiungere i 36 mesi, mentre il lavoratore del settore privato ha diritto a un periodo generalmente non superiore ai 6 mesi. Inoltre, nel caso di sopravvenuta inidoneità fisica alla mansione assegnata, la disciplina di risoluzione del rapporto di lavoro per il dipendente della Camera non prevede mai il licenziamento, perché anche se i suoi servigi non servono più viene ricollocato. Come è accaduto ai barbieri della Camera, spariti come mansione, ma ricollocati e in pratica promossi, ad assistenti parlamentari. La parola licenziamento è bandita dall’Aula.

NESSUN LICENZIAMENTO – A differenza del settore privato qualora per i dipendenti della Camera venissero meno le mansioni cui sono stati assegnati, non possono essere licenziati, se non in alcune specifiche situazioni. E’ in questo contesto che si iscrivono i casi dei barbieri della Camera rimossi dalla loro mansione e che sono stati “promossi” ad assistenti parlamentari perché non licenziabili.

ASSENZA INGIUSTIFICATA – Nel settore privato può scattare il licenziamento disciplinare nel caso in cui le assenze ingiustificate dal lavoro siano almeno dai 3 ai 5 giorni nell’anno solare. Per i dipendenti della Camera, invece, le assenze arbitrarie possono arrivare fino ad un mese.

ETA’ PENSIONABILE – Tutti i dipendenti della Camera possono andare in pensione al compimento del 65mo anno di età. La Riforma Fornero invece ha portato a circa 67 anni (per gli uomini) e 66 anni (per le donne) l’età pensionabile nel settore privato.

fonte: http://quifinanza.it/soldi/camera-dei-deputati-dallo-stipendio-alla-malattia-tutti-i-privilegi-della-casta/93071/